Il disinteresse all’approfondimento come disabitudine ad occuparsi della propria interiorità.
In conseguenza del mio percorso formativo, durato tanti anni e che ancora considero tale, e della mia attività come docente di Sigmasofia, mi sento di affermare che una delle difficoltà delle persone sia quella di riconoscere chi sono davvero. E questo non ci hanno insegnato a farlo, dando per scontato che sia semplicemente lo scorrere del vivere, le esperienze che facciamo ciò che definisce chi siamo.
Impariamo a leggere, a scrivere, a studiare, le modalità specifiche del proprio lavoro (…), non considerando che anche la propria interiorità ha bisogno di essere appresa con metodo. Motiviamo, o giustifichiamo, il nostro modo di essere nel termine carattere, spesso senza esserci davvero chiesti le reali motivazioni del nostro modo di reagire e agire.
Oltre le convenzioni: scoprire le radici dei comportamenti
Nella mia attività formativa ho infatti spesso riscontrato che molte modalità comportamentali sono il frutto di introiezioni di comportamenti genitoriali o del contesto socio-culturale in cui si è cresciuti ma, spesso, quando si indaga se stessi con metodo, si scopre che risultano essere più dover essere, dover fare, conformazioni sociali piuttosto che proprie reali inclinazioni.
Andando ancora più in profondità,
i nostri comportamenti sono
la risultante spesso inconscia di
mancanze o situazioni non elaborate.
Per esempio, può succedere di aver vissuto delle mancanze affettive da parte di uno o di entrambi i genitori, di non essersi sentiti riconosciuti, sostenuti o di non aver ricevuto dei limiti, questi comportamenti possono generare accumuli di rabbia, vuoti affettivi, insicurezze, necessità (vissute come tali) dimostrative, competitive, ecc. che la persona agisce spesso inconsapevolmente, ossia non collegandole ai propri vissuti e dinamiche interiori: si ritrova tali emozioni in circolo o assume dei comportamenti senza accorgersene o spiegarsi il perché. In altri casi può accadere di sentire necessità diverse da quelle espresse dalle persone che ci circondano e, proprio perché tali, spesso colpevolizzate, percepite come sbagliate.
Pensiamo ad esempio a chi non desidera avere figli, sposarsi, a chi tende a stare un po’ defilato dalla vita sociale, a chi ha interessi differenti dal comune. In genere queste persone possono suscitare interesse ma allo stesso tempo destare diffidenza, far ipotizzare problematiche, a volte possono suscitare la presa in giro, anche bonaria. Questo accade più frequentemente quando la persona è giovane, quando nella stessa fascia di età la maggior parte degli amici o degli altri fa scelte comuni, ed egli stesso può vivere la propria diversità come problematica. Può succedere allora che la persona o si incanali nelle convenzioni socio-culturali senza sentirle fino in fondo oppure si senta un pesce fuor d’acqua in vari contesti, più raramente che assuma le proprie scelte in modo fluido.
Ci hanno insegnato cosa sia giusto e cosa sbagliato, cosa sia positivo e cosa negativo, che se il nostro comportamento è allineato a quello della maggior parte degli altri è normale e quindi va bene ma, la prima cosa che si impara, che si sperimenta sulla propria pelle durante un percorso su di sé, o almeno quello che ho appreso io nel mio, è che sono tutte categorie del pensiero, inventate da altri o da noi stessi per giustificare alcuni comportamenti o per tenere sotto controllo spinte che non vogliamo vedere, che non vogliamo accettare, ma in realtà sono sfaccettature di noi stessi, componenti semplicemente esistenti in noi, al di là di come le autogiudichiamo, e giudicarle non le risolve, né le elimina. Se non abbiamo il coraggio, l’attitudine, la formazione per ascoltarci davvero, accade che ciò che vogliamo controllare applicandovi sopra una categoria soltanto razionale finisce per prendere il sopravvento o manifestarsi con comportamenti per noi inusuali, gesti irrazionali.
Il proprio comportamento,
se non elaborato,
finisce per corrispondere a un’etica
costruita su convenzioni
e non sulla base della formazione a se stessi (che può corrispondere alla convezione perché no), questo disallineamento è uno spazio di somatizzazione o di disattenzione che può farci trovare in situazioni di pericolo: un incidente, una grave dimenticanza, una situazione difficile da gestire. ecc.
Ovviamente queste appena fatte sono delle generalizzazioni che vanno calate nella storia personale di ognuno, in quanto ogni esperienza, o contesto, anche se possono sembrare simili verranno sempre declinate in modo specializzato in base a chi le vive. Faccio riferimento alle figure genitoriali, al contesto familiare e socio-culturale perché quelle sono le proprie radici acquisite. In Sigmasofia questi sono considerati degli incontri fondamentali nell’indagine di sé ma di passaggio all’innato, ossia ai metabisogni intesi come pulsioni di sopravvivenza (il mangiare, il bere, l’evacuare, il respirare, il dormire, il congiungersi e la pulsione a conoscere) e al campo di forza vitale che li crea, che ha edificato il corpo stesso e lo mantiene in vita, con la psiche e i contenuti che veicola, indipendentemente dal significato che attribuiamo loro.
Sigmasofia: un metodo per “abitare” se stessi
La formazione su se stessi insegna a mettersi di fronte, o meglio dentro se stessi e a saperci stare, rimanere. Quella in Sigmasofia utilizza il vissuto diretto, sul campo, delle proprie componenti, prevalentemente attraverso il linguaggio non verbale, non strutturato, alla luce del fatto che spesso è esso stesso una fuga dall’emozione libera, vissuta, assunta, o fuga dalla percezione diretta del campo vitale, energetico (autopoietico). Questo non significa che la razionalità, il linguaggio siano sempre una fuga, una copertura delle proprie reali emozioni, le funzioni della razionalità e del linguaggio sono infatti quelle, fondamentali, della consapevolizzazione, dell’elaborazione al fine di ritrovare quest’allineamento tra pensiero e azione, tra linguaggio ed emozione, in aderenza a ciò che si vive, si sente realmente.
E sì,
essere autentici con se stessi
non è così semplice come potrebbe sembrare,
e anche quando lo siamo
è difficile accettare
quelle componenti che non vorremmo avere.
Quante volte, durante il percorso formativo, emerge per esempio la componente aggressiva, violenta, amplificata, egoista (…) ma si fa fatica ad accettarla perché cozza con l’immagine che fino a quel momento avevamo di noi. È difficile autorizzarsi ad esprimerla, e ancora più difficile prendere atto che il più delle volte il vederla, anche chiaramente, non è detto significhi averla risolta. Risolvere non significa necessariamente non sentirla, non produrla, ma esserne consapevoli e non proiettarla, ossia sapere che si sta reagendo o agendo proprio in quel modo per motivi personali, per moti reattivi, risonanti al comportamento altrui, che fanno da innesco alla nostra modalità ma non ne sono la causa. Invece, spesso, spessissimo, attribuiamo la responsabilità della nostra rabbia, del nostro malcontento, della nostra felicità all’esistenza o al comportamento dell’altro.
Tutti facciamo delle riflessioni, ci poniamo degli interrogativi, a prescindere se si segue un percorso introspettivo o meno, proprio perché la pulsione a conoscere, a vivere, a sperimentare è una pulsione innata, ma spesso non sappiamo proprio raggiungere con la consapevolezza l’innato, perché incastrati nell’acquisito che, da solo, non può risponderci in modo risolutivo: accade che le risposte ai nostri quesiti esistenziali, relazionali diventino un cambio di vestito, un rispondere a uno stato con un altro stato, al male con il bene ecc., a un cambio del partner, del lavoro, di città (…) ma non una comprensione del meccanismo al di là del contenuto specifico, cioè che cosa sta realmente muovendo dentro di noi quelle specifiche scelte, decisioni, azioni. Comprenderlo porterebbe a una maggiore definizione, a un’assunzione piena della propria scelta o azione, di vita o temporanea, fino alla prossima nuova consapevolezza.
La funzione Ypsi e la decodifica simbolico-reale
La Sigmasofia ha denominato quest’osservazione attraverso il vissuto, che occorre sia spietata, neutra, delle proprie componenti: funzione Ypsi, ossia la sommatoria e la proprietà emergente da tale sommatoria. Essa deve tenere conto della comprensione delle esperienze passate, delle emozioni, della fase del momento esistenziale che si sta vivendo, e quale sia il messaggio per noi che tutto ciò sta veicolando.
La risultante di questa sommatoria è
l’avanguardia di consapevolezza attuale,
ossia la proprietà emergente.
Invece spesso non ci si sofferma sul “rimando”, sull’informazione che quella situazione di vita ci sta dando, ce ne si lascia vivere, la si lascia scorrere senza comprenderla nel suo significato (e prima o poi necessariamente essa si ripresenterà sotto altre spoglie).
La formazione in Sigmasofia ha, infatti, tra i suoi strumenti fondamentali la
comprensione, vissuta,
del linguaggio simbolico-reale.
Faccio degli esempi. Una ricercatrice si sentiva oppressa dal ritmo giornaliero che doveva necessariamente sostenere per rispettare gli impegni presi, è una persona molto in gamba e che aveva lavorato a fondo su se stessa e, tra le questioni personali emerse, c’era in ballo proprio la difficoltà a riconoscersi i risultati ottenuti che le erano arrivati attraverso un incarico come responsabile di riferimento nel suo ambito professionale. Ebbene, un banale incidente domestico in un momento di distrazione determinò delle conseguenze fisiche che la costrinsero a ridurre drasticamente la sua attività e a non poter assumere il nuovo ruolo assegnatole. Possiamo osservare da un lato la stanchezza per il surplus di attività di cui si era caricata (quindi dei meccanismi interiori irrisolti che l’avevano condotta in tale situazione di effettiva difficile gestione), dall’altro la difficoltà ad assumersi un nuovo ruolo in cui lei sarebbe stata di riferimento, frutto in parte delle nuove modalità comportamentali in conseguenza del lavoro svolto su di sé, ma che la vecchia organizzazione interiore faceva fatica a riconoscersi, ad integrare. L’incidente l’ha messa di fronte alla necessità fisica di fermarsi, a costringersi al riposo e a dover rimandate il nuovo incarico. Ciò che le era capitato era la fotografia del suo momento interiore.
La decodifica simbolico-reale: gli impegni giornalieri, l’incidente, l’incarico, ossia gli eventi reali rappresentavano simbolicamente il suo momento interiore, ossia la difficoltà ad assumersi le nuove consapevolezze raggiunte. Era in bilico tra la vecchia e la nuova versione di sé.
Autopoiesi Io-somatica: il vissuto come specchio
Allo stesso modo, durante il setting formativo, nella fase preposta ad esprimere le proprie emozioni, i propri vissuti in merito a una tematica prestabilita, facendolo attraverso il gioco libero e spontaneo senza poter utilizzare il linguaggio verbale, ma solo il proprio corpo e degli oggetti appositamente messi a disposizione, tutto ciò che accade è simbolico di una situazione di vita reale, passata o presente.
Questa metodica è denominata Autopoiesi Io-somatica.
Per esempio, se durante questa pratica due persone entrano in conflitto per loro motivi può accadere che qualcuno intervenga per separarli, altri si schierino dalla parte di uno o dell’altra, altri vorrebbero intervenire ma non riescono, altri osservino la scena soffrendo altri ancora ne siano completamente indifferenti. Questo accade perché ogni interiorità risponderà in modo diverso in base alla propria storia personale o al momento in cui è. Quindi, se ci si cala nel vissuto giocato, si sperimenta che le emozioni che si provano sono vere, reali perché si provano proprio in quel momento, e sono simboliche perché sono state prodotte in conseguenza di un evento di vita simile fuori dal setting, da qui la terminologia simbolico-reale e reale-simbolico. Sono simboliche anche perché la finalità è vedere le proprie pulsioni senza portarle sul piano reale: non si può far male all’altro o a se stessi o avere un rapporto sessuale in sala, per esempio. Allo stesso modo, seguendo l’esempio, un litigio in prima persona sul posto di lavoro può essere decodificato nel suo significato simbolico: quali emozioni mi suscita e quale meccanismo relazionale sto mettendo in atto? (affermazione di me, competizione, bisogno di riconoscimento? ecc.)
A ben osservare, non è mai una casualità trovarsi proprio in quella situazione di vita, ma chi non riconosce l’utilità, l’esigenza di formarsi a se stesso non ne vedrà le implicazioni e passerà alla successiva. Ma, ripeto, se alcuni meccanismi interni non si sono compresi si possono cambiare persone, luoghi, contesti ma quelli si ripetono.
Il declino dell’Io-psyché nella società moderna
Cosa c’entra tutto questo con il declino dell’Io-psyché?
Per poter occuparsi di sé bisogna volerlo fare. Occuparsi di sé non significa solo fare ciò che ci piace, perché a volte neanche sappiamo farlo pienamente, visceralmente, con tutta la presenza di noi stessi. Richiede dedizione, lentezza, calma, precisione, a volte fatica e saperla sostenere e, di fondo, l’attitudine a mettersi in discussione. Tutte facoltà che non si coltivano con cognizione di causa. Infatti, una delle iniziali difficoltà riscontrate maggiormente nelle persone che si approcciano al nostro metodo, che prevede anche pratiche meditative, è proprio quella a lasciarsi andare, sia alle proprie emozioni, ma anche al rilassamento, alla lentezza dei movimenti proposti durante la meditazione, alla semplice osservazione del buio che si forma chiudendo gli occhi per vedere dentro, percepire direttamente quella danza di luci e forme continuamente cangianti che sono il campo vitale che sta creando il pensiero, l’emozione, l’immagine, (…) bella o brutta, che stiamo producendo. E se non sappiamo rivolgerci a noi stessi come pensiamo di rivolgerci all’altro? Infatti i conflitti, personali e (di conseguenza) su scala mondiale ne sono un’imbarazzante evidenza.
Il dato che emerge dai comportamenti, dalla modalità di utilizzo dei social, dei media per esempio, è che l’attitudine all’approfondimento sta andando in remissione. È evidente la tendenza ad alimentare contenuti brevi di qualunque genere, quelli che mi hanno colpito riguardano le tecniche-strategie relazionali, per esempio brevi prontuari su come conquistare lui/lei, alcuni dei quali suggeriscono esplicitamente frasi da dire o cose da fare, e addirittura non essere se stessi per diversificarsi dalla massa.
I ritmi di vita quotidiana, la qualità relazionale tra partner, amicizie, contesti lavorativi (…) tendono al rimanere in superficie, alla fretta. Non ci si sofferma nelle riflessioni se non nei momenti di difficoltà, perché appunto per lo più costretti dal contesto, e vi si permane perché non abbiamo sviluppato un metodo per affrontarle. E ancora meno ci si interroga di fronte al piacere, allo star bene! Chiedersi perché si sta bene è una domanda molto meno banale di quella che potrebbe sembrare, e farlo sembra addirittura un appesantire il momento. Lo è se è d’intralcio al vissuto, non lo è se è di comprensione, di approfondimento. Ci immergiamo negli adempimenti quotidiani quasi con automatismo scollegandoci dall’ascolto profondo di noi stessi finché una situazione di vita ci mette di fronte a un picco emozionale, allora, forse, ci interroghiamo ma senza saperlo davvero fare, proprio perché non abbiamo allenato fisicamente quest’attitudine.
L’essere umano nei corsi e ricorsi storici personali e mondiali sembra non riuscirsi ad affrancare dal denaro, dal sesso e dal potere che convogliano, quasi totalizzandolo, il suo interesse, senza comprenderne le cause, rendendoli così facendo degli ostacolatori-discrasie non delle semplici facoltà esprimibili. Questo caos relazionale con se stessi, con gli altri lo vediamo attualmente (ma ripeto è sempre la stessa storia che si ripete) nella (non) gestione delle guerre, della sanità, delle condizioni lavorative, dell’istruzione, della tutela ecologica (…). Ciò accade perché non si sente la necessità di formarsi a se stessi, e questo non può che portare alla coazione a ripetere gli stessi meccanismi, alla sempre maggiore depersonalizzazione, come l’uso improprio di tecnologie quali l’intelligenza artificiale sta mostrando, all’incapacità di empatia, di connessione (consapevole), con l’altro, perché non l’abbiamo con noi stessi.
Conclusione: la leggerezza della consapevolezza
Scoprire se stessi, imparare a calarsi e approfondire qualsiasi tipo di emozione, di vissuto molto spesso viene infatti percepito come un impegno serioso, ma solo chi lo fa sa quale leggerezza e capacità a vivere regala.
VIDEO
Video dell’intervento realizzato sul tema IL DISINTERESSE ALL’APPROFONDIMENTO, durante il ∑ophy International Congress 2026.
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