Buddhismo e Sigmasofia: come partecipano la realtà.


Le Quattro Nobili Verità rappresentano un elemento cardine della dottrina buddhista. Queste includono ciò che è definito la
ruota del dharma
e la disponibilità ad esaudire i desideri dei fedeli.
Il dharmachakra
è il simbolo della religione buddhista.
In Sigmasofia, la forma-azione vissuta dell’Io-psyché a se stesso, rivelatore delle proprie verità, di cui si è consapevoli, è uno dei cardini della Via Sigmasofica. Tali verità sono incluse e definite nella linea del destino individuale e nella linea del destino olistico-autopoietica (che include quella individuale di ognuno). Attraverso la maieutica vissuta, la Sigmasofia crea le condizioni, affinché i ricercatori possano vivere
loro stessi, l’Universi-parte.
Si ritiene che, nel momento in cui vengono
rivelate le quattro nobili verità,
si inneschi appunto il
Dharmachakra.
Si tratta di una ruota-arma, lanciata dal buddhista per superare gli ostacoli, gli errori, le identificazioni, ossia tutto ciò che impedisce di raggiungere
il Nirvana.
In realtà, tale arma-ruota è l’insegnamento, attraverso cui si supera l’ostacolo,
l’inconsapevolezza.
Gli otto raggi coincidono con il nobile ottuplice sentiero attraverso cui si insegna
Retta visione, Retta intenzione, Retta parola, Retta azione,
Retta sussistenza, Retto sforzo, Retta presenza.
Via via che il ricercatore procede nel vissuto diretto auto-formativo, realizzato attraverso la Maieutica e scopre i propri contenuti, i propri stati coscienziali, le proprie verità relative, innesca l’assunzione piena della forma-azione a se stesso, l’Universi-parte; via via che sperimenta, accresce la propria consapevolezza, il proprio potere auto-conoscitivo che, simbolicamente, rappresenta attraverso lo
scettro o lituo autopoietico,
ossia lo strumento, l’azione, attraverso cui è riuscito a prendere coscienza dell’ostacolatore al raggiungimento del
proprio stato Sigmasofia
(stato di avanguardia della consapevolezza continuamente espandibile).
Gli otto raggi, presenti nello scudo della Sigmasofia, rappresentano l’olos-direzionalità e l’olos-assunzione delle azioni funzionali alla forma-azione a se stessi, l’Universi-parte che, ovviamente, includono quelli buddhisti e decine di altri che, ad oggi, sono stati evidenziati dai liberi ricercatori; ciò che rende la Via autopoietica, auto-creata dal ricercatore stesso, non inglobata in stati e in operazioni precostituite.
Evidenzia, le quattro nobili verità
- Verità del dolore
- Verità dell’origine del dolore
- Verità della cessazione del dolore
- Verità della via che porta alla cessazione del dolore
Evidenzia la tavola autopoietica del ricercatore in forma-azione a se stesso, in cui indica le proprie verità relative o stati di autoconsapevolezza raggiunti che per ognuno saranno differenti, equiparando le verità riferite al dolore, quindi ad ostacolatori, a difese che si incontrano lungo il sentiero. Ad oggi, sono stati mappati trentatré ostacolatori, verità relative di fondamentale importanza, tutte nascenti dal vissuto diretto e molte altre inerenti i facilitatori e altri stati di coscienza.
La Verità del dolore
Nella vita degli esseri umani è insita la sofferenza. Tale sofferenza si evidenzia anche nei momenti di soddisfazione e di appagamento in quanto li si riconosce come stati non continuativi, impermanenti. Tale dolore si manifesta in diversi momenti.
Dolore della nascita, che sarà presente nelle sofferenze future
Dolore della vecchiaia in quanto evidenziatrice dell’impermanenza
Dolore della malattia
Dolore della morte in quanto perdita di vita
Dolore dall’essere vicini a ciò che non ci piace
Dolore per l’essere lontani da ciò che si desidera
Dolore causato dal non ottenere ciò che si desidera
Il dolore causato dai cinque aggregati ovvero dalla loro unione e dalla loro separazione:
- il corpo, rûpa
- i sei sensi (la vista, l’udito, il gusto, l’odorato, il tatto e la mente)
- le sensazioni
- le percezioni
- la coscienza
La causa di questi dolori è attribuita sostanzialmente all’impermanenza dell’esistente sensorio-percettivo, come una patologia terminale, l’evidenza della vecchiaia, quando si vive con ciò che non si ama, a causa di separazioni, frustrazione dei bisogni e dei desideri.
In sintesi, si evidenzia che produciamo sofferenza.
Di partenza, negli esseri umani non è insita la sofferenza ma i principi attivi autopoietici innati, ecologici, pre-acquisito che la formano e di cui è evidenza. Questi sono dotati del potere olistico-autopoietico, auto-creatore, così come hanno dimostrato creandosi dallo zigote alla struttura antropomorfa che hanno assunto, alla nascita. Tale operazione, in sé non è riferibile in alcun modo al dolore anche nel caso in cui il corpo della madre lo avesse prodotto. Sto descrivendo la funzionalità di crescita dello zigote, è paragonabile a stati di espansione che nulla hanno a che fare con il dolore. Si tratta di stati pre-produzione del dolore.
Tale stato di vita-autopoiesi, da cui ogni parte-Universi si evidenzia,
non risente né direttamente né indirettamente
dell’impermanenza, concetto acquisito e vigente nel solo sensorio percettivo.
Se noi portiamo l’attenzione alle onde del mare osserviamo che queste nascono, crescono e vanno in remissione; se portiamo attenzione al mare che produce onde, vedremo che si tratta di azione continua permanente che genera onde con quei cicli impermanenti di vita.
Se non si ha consapevolezza del mare transfinito sovrasensibile, non locale, si entra in stati sensibili impermanenti e, lì, nasce il dolore, ma questo è evidenza di altri stati innati che
nulla hanno a che vedere con l’impermanenza.
Vivendo e identificandosi negli stati solo sensorio-percettivi, si producono molteplicità di dolori, molti di più di quelli indicati dal buddhismo e che stiamo mappando. Ma, tutti questi stati dipendono da quello di non consapevolezza della propria
scaturigine autopoietica innata.
Si riconosce l’esistenza degli stati di dolore indicati dal buddhismo come una delle tante onde prodotte dall’oceano transfinito che siamo, dall’Universi-parte, noi stessi.
Si evidenzia che non produciamo soltanto sofferenza, ma all’essenza siamo evidenza, densificazione della vita-autopoiesi, di cui siamo espressione, parte.
La Verità dell’origine del dolore
Si assume che il dolore ha origine all’interno di se stessi, e non avviene a caso,
Questo dipende dal fatto che cerchiamo forme di felicità in ciò che è di fatto impermalente, transitorio. Le manifestazioni si notano in:
- brama di oggetti sensuali, sessuali
- brama di esistere
- brama di annullare l’esistenza
Si vive che il dolore, forma acquisita, ha ovviamente origine dentro se stessi, l’Universi-parte e, altrettanto ovviamente, non avviene mai a caso. Come afferma il buddhismo, questo dipende esattamente dal fatto che non siamo consapevoli della vita-autopoiesi innata permanente che genera ogni impermanenza, ma siamo identificati nel solo sensorio-percettivo impermanente, e ci identifichiamo in esso. Non importa se questo sia sessuale, sensuale, religioso o di altra natura in quanto il problema è riconoscibile nell’identificazione fissazione e non su che cosa ci identifichiamo fissiamo.
La Verità della cessazione del dolore
Si assume che il dolore può essere posto in remissione, può cessare e, per farlo, bisogna porre in remissione ogni attaccamento, ogni identificazione, fissazione in ciò che è soltanto provvisoriamente desiderabile.
Ogni stato coscienziale, ogni produzione Io-somatica può essere posta in remissione. Uno dei lavori fondamentali è quello di porre in remissione ogni stato identificativo e fissativo e, dopo averlo vissuto visceralmente, per dirla con i buddhisti, mettere in remissione l’attaccamento. Si assume di fare tutto ciò, dopo averlo vissuto visceralmente, perchè si è visto che se non si conosce attraverso il vissuto ciò da cui ci si vuole disidentificare, di fatto, non si riuscirà nell’operazione, per cui possono nascere recidive.
Tutto ciò che è legato al bisogno-desiderio viene vissuto dalla consapevolezza dell’olistico autopoietico, del pre-impermanenza che nutrirà l’azione sensibile di olistico-autopoietica consapevolezza, fine dell’impermanenza stessa.
La Verità della via che porta alla cessazione del dolore
Qui, si propone una pratica per emanciparsi dal dolore.
È un percorso spirituale fino ad arrivare a produrre il Nirvana e lo si fa appunto praticando l’ottuplice sentiero, indicato (prima).
La “liberazione” dovrebbe emergere, proprio quando si ha un’immediata, simultanea e quadruplice consapevolezza di queste “verità.
Ci si può emancipare da qualunque stato coscienziale, da qualunque onda, da qualunque impermanenza! È la forma-azione vissuta a se stessi che, irresistibilmente, fa
nascere il proprio Nirvana o stato Sigmasofia,
ossia della
sommatoria più proprietà emergente degli stati coscienziali Io-somato-autopoietici, di cui si è consapevoli e vissuti simultaneamente.
Tale operazione viene attuata attraverso
l’auto-maieutica Sigmasofica.
Lo stato Sigmasofia è sempre continuamente emergente ad ogni presa di consapevolezza, quando la si vive simultaneamente ad ogni altro stato di coscienza (la simultaneità e la subitaneità è un punto simile a quello buddhista).
Nobile Ottuplice Sentiero
la visione e la gnosi, che guida alla calma, alla perfetta conoscenza, al perfetto risveglio, al nirvana.
Il termine nirvana, sostanzialmente, significa estinzione:
da nir + va cessazione del soffio, estinzione, inteso come bisogno-desiderio, quindi
libertà dal desiderio
In ciò, si riconosce il fine ultimo della vita, ossia la liberazione dal dolore.
Tutto ciò viene raggiunto indirettamente, non indicando quello che il nirvana è, ma ciò che non è (per il buddhismo, esistono diverse accezioni di Nirvana). Assume la fine del karma delle cause-effetti ed effetti-cause sia positivi che negativi per raggiungere appunto l’estinzione del dolore e produrre
imperturbabile consapevolezza della vita.
È il traguardo ultimo della propria pratica del Dharma.
La gnoseologia Sigmasofica guida allo
stato Sigmasofia
(estensione del Nirvana),
che è la sintesi reintegrazione in un’unica unità funzionale e di consapevolezza di tutti gli stati di coscienza Io-somato-autopoietici, di cui si è consapevoli, sensibili e sovrasensibili, locali e non locali, transfiniti.
Il ricercatore ha risalito e transmutato ogni opposto-complementare, ogni dualità, ogni enantiodromia e riconosce lo stato di vita-autopoiesi non locale transfinita, da cui tali processi si evidenziano, e nell’unità, nell’olos.
Tale stato, consapevolmente raggiunto, è trasmissibile direttamente, attraverso il linguaggio olistico-autopoietico e include ogni descrizione indiretta. Esistono tante descrizioni dello stato Sigmasofia quanti sono gli Io-psyché; esistono insights intuitivi e sincronici di stato Sigmasofia dell’Universi-parte, capace di includere quelli localistici.
Si vive consapevolezza olistico-autopoietica che viene fatta ricadere simmetricamente nell’azione bios-etica quotidiana, che evidenzia le proprie capacità di auto-creazione continua.
Esso, il Nobile ottuplice sentiero: la retta visione, la retta intenzione, la retta parola, la retta azione, il retto modo di vivere, il retto sforzo, la retta presenza mentale, la retta concentrazione
Vediamo nel merito il percorso di superamento della sofferenza.
Tutte e otto le indicazioni vanno vissute simultaneamente in modo olistico, che coinvolgano sia il mentale che il fisico, il verbale e lo spirituale. Ogni passo procede ad un elevamento verso quello successivo che poi spinge quello che lo precede.
Alcuni esempi:
Retta parola: si assume le responsabilità delle parole, facendo attenzione ponderandole, in modo che non producano effetti nocivi sugli e, quindi, su se stessi. Di conseguenza, agire e parlare sono simmetrici.
Retta azione: non si devono produrre egoistici vantaggi e l’azione deve essere senza attaccamenti, verso ciò che vorrebbe generare.
Retta sussistenza: vivere con equilibrio, non produrre eccessi, sostentamento senza creare danni, condurre via mediana intenzionale, lontana dagli estremi dell’ascetismo e dell’edonismo,
attraverso la specificità della meditazione
Retto sforzo: coltivare sempre stati salutari, confidare nella pratica operativa e guidati dai risultati lungo il cammino.
Retta presenza mentale: mantenere la mente priva di confusione, non influenzata da brama e da attaccamento.
Retta concentrazione: corretto atteggiamento interiore, padronanza di sé durante la meditazione.
Retta visione: riconoscere le quattro nobili verità, attraverso conoscenza e visione.
Retta intenzione: padroneggiare l’attaccamento al desiderio, alla brama e all’avidità di esistere, liberarsi dal desiderio di affermare il proprio presunto sé e aprirsi alla compassione per tutti gli esseri.
Le fasi spirituali vissute vanno superate, per
non confondere il mezzo con l’obbiettivo,
La pratica assume valore relativo e si evidenzia il raggiungimento come significativo
In Sigmasofia, non esiste una retta visione rispetto ad una non retta, ma esistono
stati di consapevolezza esistenti
senza attribuzione di giudizi, di valenze.
Quindi, esiste la consapevolezza vissuta dell’intenzione, della parola, dell’azione, del vivere, e così via (…).
Tutte le consapevolezze vanno vissute simultaneamente in una reintegrazione consapevole, il che evidenzia lo stato Sigmasofia e non la consapevolezza di un solo singolo stato di coscienza. Ad ogni presa di consapevolezza, si modifica automaticamente lo stato Sigmasofia e quello, da cui si proviene, viene integrato in quello d’avanguardia,
Alcuni esempi:
Retta parola: il linguaggio olistico-autopoietico è sempre conseguenza e descrizione diretta del vissuto consapevolizzato. Essendo scaturente dalla forma-azione a se stessi, questo assume valore per sé e non è imputabile a presunti danni provocati dall’altro, altro che procederà nello stesso modo con se stesso, dando vita ad altra autoconsapevolezza esistente. Le diverse autoconsapevolezze trovano integrazione e comprensione, quando l’Io-psyché, disidentificandosi da se stesso, incontra, vive da dentro, quella
parte di sé che denomina l’altro,
quindi si tratta di consapevolezza della parte-Universi che, quando si espande, è dell’unico essere che siamo: l’Universi-parte transfinito. In questo senso, non ci sono induzioni di danni, ma stati di autoconsapevolezza di sé in continua espansione.
Retta azione: essendo il tutto atomicamente e coscienzialmente legato, di fatto, ogni consapevolezza è riferibile all’Ego dell’unico corpo, quindi a se stessi (in questo senso e con questi significati, egoistica), e apporta sempre dei vantaggi personali: la nuova presa di consapevolezza dell’Universi-parte che siamo non può che essere un vantaggio e nemmeno rispetto ad uno svantaggio incluso in tale termine. E tale stato non è mai scindibile, da ciò che vuole creare, essendo tutto legato. Il fatto che non assuma densificazione sensibile non è così significativo rispetto al fatto che esiste noeticamente.
Retta sussistenza: vivere, conoscendo attraverso il vissuto, tutti gli stati coscienziali che si possono produrre, l’importante è saper risalirli e trasmutarli. È l’attraversamento di questa intensità e la loro transmutazione che darà sussistenza olistico-autopoietica.
Retta presenza mentale: si utilizzano gli opposti-complementari per conoscere: il freddo ci consente di riconoscere il caldo, la vita la morte, la confusione la chiarezza, ma lo scopo è quello di risalirli, trasmutarli, per arrivare a vivere e a gestire le forze pre-dicotomia, da cui nascono e si evidenziano. È questa conoscenza a porre fine ad ogni brama o stato identificativo fissativo.
Retta concentrazione: forma-azione a vivere ogni espressione di sé, nulla escluso, con l’intenzionalità di risalita-transmutazione effettiva, indicata e far ricadere tale raggiungimento nell’azione bios-etica, anche soltanto sensorio-percettiva.
Retta visione: vivere l’esistente, nulla escluso, sintetizzarlo in un unico stato di autoconsapevolezza funzione Ypsi, stato Sigmasofia.
Retta intenzione: praticare consapevolmente la
danza olistico-autopoietica dell’Universi-parte
che vive e consapevolizza se stesso.
Per la Sigmasofia, si è consapevoli che il mezzo, la tecnica servono a raggiungere uno stato che, una volta raggiunto, non ha bisogno di tecnica che assume valore di memoria disponibile all’Io-psyché.
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