viaggio nell’algoritmo dell’adolescenza
Deficienza artificiale come mancanza (deficere, difettare) di coscienza.
Introduzione: perché “Deficienza Artificiale”?
A scanso di equivoci: non c’è alcun intento insultante o provocatorio fine a se stesso nei confronti della tecnologia. Non sono qui a puntare il dito contro il progresso. Mi ricordo di quando all’università arrivano le notizie che in America si stavano affermando le terapie on-line, tutti scandalizzati! Poi è arrivato il covid e in quei tre mesi è stato utile mantenere un ponte comunicativo, ad esempio, anche grazie al potersi vedere.
Uso il termine “deficienza” nel senso etimologico del termine. Viene dal latino deficere: mancare, venir meno, difettare di qualcosa. E il termine deficiente è anche un insulto che gli adolescenti si riservano spesso tra loro. Il focus centrale è come gli adolescenti utilizzano lo strumento tecnologico per conoscere se stessi, quindi cosa succede quando un adolescente si confida e si affida all’AI come strumento di auto-analisi psichica? Come si può intervenire per fare in modo che l’adolescente che trova conforto nel confidarsi con l’AI possa comunque riuscire a mantenere la propria autodeterminazione consapevole?
Non tutti i ragazzi che usano social, smartphone ed eccetera sviluppano una dipendenza. In molti casi si tratta di abitudini sbagliate, del contesto sociale e delle modalità di comunicazione.
È abbastanza frequente che l’adolescente si annoi e sia alla ricerca di stimoli, per ragioni legate alle fasi della crescita psicologica e fisiologica. Una delle situazioni più frequenti è quella di un gruppo di adolescenti al bar che si annoia: tirano fuori il telefono e si va avanti così. “Non abbiamo nulla da dire e non sappiamo che fare”. La noia viene affrontata riversandosi sullo smartphone, non sulla ricerca di una qualunque altra attività da fare.
Chiedendo agli adolescenti quali siano i vantaggi dei social e dei videogiochi, emergono considerazioni interessanti. “Sui social ti senti più sicuro nel dire le cose, perché sei anonimo: puoi aprire un profilo, chiuderlo e cambiarlo”. “Quando mi confronto con l’Intelligenza Artificiale, mi sento più libero di dire le cose; posso raccontare aspetti intimi di me stesso senza la paura che poi vengano raccontati in giro. Se non sei d’accordo con quello che ti sta dicendo, basta che le dici di no e la smette”.
Questi sono elementi chiave che parlano della paura del giudizio e dell’evitamento del conflitto.
Secondo molti adolescenti, una relazione non funziona se non ci si sente tutti i giorni. E chiedono: «Ma come avete fatto voi, che avevate il telefono con le rotelle?»
Ed è qui che arriva il punto interessante. Se mi arrivano molte notifiche, significa che mi cercano, che mi vogliono bene, che mi pensano.
«Quante notifiche ti arrivano, più o meno, al giorno?»
«Cento, centoventi.»
«Ok. E se te le venissero a dire di persona? Se suonassero in centoventi al citofono di casa?»
«Sarebbe veramente pesante. Mi esploderebbe la testa e direi: “Senti, dimmi tutto quello che mi devi dire in una volta sola”.»
«Quando mi arriva una notifica, devo vedere subito chi è e rispondere immediatamente, perché altrimenti l’altra persona ci resta male. Sembra che non me ne freghi nulla. »
«E se io mi alzassi ogni tre minuti mentre mi stai parlando? Penseresti che non mi interessa quello che stai dicendo. »
Quindi è diventato normale interrompere una conversazione per rispondere ai messaggi. Però non va bene se mi alzo e me ne vado ogni tre minuti mentre stiamo parlando.
La vera domanda non è: “quanto uso il telefono?” Ma: “come lo uso e, soprattutto, perché lo uso?”
Ciò che manca all’IA è esattamente ciò che definisce l’essere umano, ovvero la coscienza.
L’Intelligenza Artificiale per sua stessa natura costringe i ragazzi a interagire con un sistema privo di tre elementi fondamentali per la crescita personale: l’incontro e lo scontro con se stessi e con l’Altro, l’esperienza diretta, vissuta. E quando un adolescente, che sta cercando disperatamente di capire chi è, si specchia in un sistema mancante di coscienza, rischia di subire una deformazione profonda della propria crescita emotiva, affettiva e intellettiva.
Vediamo, allora, in cosa consistono le mancanze algoritmiche.
1. La mancanza di attrito (la deficienza dello sforzo)
La prima grande mancanza dell’IA è la frustrazione dello sforzo. Qualunque avanzamento di consapevolezza passa attraverso tempo, sforzo, dubbio. È il tempo che passa tra il desiderio e la sua realizzazione. È la fatica dello studio, l’errore, il dover rifare da capo. Imparare a progredire, a non annullare senso e significato delle proprie azioni.
L’IA è progettata con l’opposto: l’eliminazione totale della frustrazione. È la cultura dell’efficienza immediata. Tu chiedi, lei risponde. Tu hai un dubbio, lei ti confeziona la tesina, il riassunto, la spiegazione in tre secondi netti. Zero attesa. Zero fatica.
Ma non c’è apprendimento senza frustrazione, ad ogni età. L’architettura del cervello stesso si modifica e si evolve quando incontra un limite, quando si scontra con la difficoltà e deve trovare una strategia per superarla. Se eliminiamo l’attrito non solo emozionale ma anche cognitivo, eliminiamo la palestra del pensiero critico.
Cosa succede a un adolescente che cresce in un ambiente a “zero attrito”? Succede che la sua soglia di tolleranza alla frustrazione crolla verticalmente. Si genera un cortocircuito istantaneo e l’algoritmo crea una dipendenza perché offre una gratificazione istantanea. “Ho un problema? L’IA lo risolve.” I ragazzi vengono disabituati all’attesa, alla noia creativa, allo sforzo intellettuale. Ma la vita reale, purtroppo per loro, è fatta quasi interamente di opposizione e di confronto. E se la scuola o la famiglia non intervengono, rischiamo di consegnare alla società ragazzi fragilissimi, incapaci di sostenere il peso di un rifiuto o di un fallimento.
2. La mancanza di confronto con se stessi e con l’Altro
La seconda, se possibile ancora più inquietante dal punto di vista psicologico, è la mancanza di alterità. L’IA non è un “Altro”. L’IA è uno specchio riflettente, una simulazione di presenza.
Pensate a come è programmato un modello linguistico. È programmato per essere compiacente. Se voi dite all’IA che ha sbagliato, anche se avete torto marcio, se insultate chat gpt lei vi risponderà: “Mi scuso profondamente, hai perfettamente ragione, ecco la risposta come la desideri”. L’IA si piega, si adatta, si modella sui desideri, sui toni e persino sui pregiudizi dell’utente. È il trionfo della confort zone.
Ma come si costruisce l’identità di un adolescente? L’identità si costruisce per contrasto, per opposizione e gestione del conflitto con l’Altro. Io capisco chi sono quando scopro che il mondo non è ai miei piedi, quando incontro un compagno di classe che la pensa diversamente, un insegnante che mi mette un brutto voto, un genitore che mi dice “No”. L’identità ha bisogno di imparare a gestire il conflitto e capire come sia possibile costruire il punto d’incontro senza uccidersi a vicenda.
L’IA cancella il conflitto. Offre all’adolescente una relazione asimmetrica dove lui ha il controllo totale. La macchina non lo giudica, non si arrabbia, non lo rifiuta mai. Questo è seducente, è una gratificazione narcisistica immediata. Ma è una trappola di isolamento e auto-referenzialità. Perché rischiare la complessità, l’ansia e la paura del rifiuto che derivano dalle relazioni reali, quando posso rinchiudermi a parlare con un’entità digitale che mi dà sempre ragione, mi compatisce e mi asseconda? Questa mancanza di confronto non unisce i ragazzi, li isola.
3. La mancanza del corpo e dell’esperienza
La mancanza dell’esperienza vissuta.
L’IA non ha un corpo. Non sa cosa significa avere il battito cardiaco accelerato dall’ansia prima di un’interrogazione. Non sa cosa sia il rossore sulle guance per l’imbarazzo, non conosce il peso di uno sguardo o l’intensità di un silenzio. L’IA manipola simboli, fa calcoli statistici su miliardi di testi scritti da esseri umani, ma non vive quei testi. Se scrive “ti capisco”, sta solo calcolando, dopo la frase del ragazzo, la risposta statisticamente più probabile ed efficace.
Oggi sappiamo che la nostra conoscenza e consapevolezza, passa attraverso il corpo, il corpo è il primo strumento che usiamo per capire chi siamo, toccando il mondo, guardando gli altri negli occhi, decodificando i segnali non verbali.
Quando un adolescente affida la narrazione del proprio malessere interiore a un’interfaccia testuale, sta subendo un processo di anestetizzazione. Impara a nominare i propri sentimenti attraverso un dizionario standardizzato e automatizzato, privato della dimensione corporea. C’è il rischio di un analfabetismo emotivo di ritorno: ragazzi che sanno scrivere messaggi profondissimi all’IA, ma che poi in una situazione reale si bloccano, perché non sanno gestire l’impatto fisico, carnale e incontrollabile dell’emozione reale.
Ecco quindi il quadro clinico della nostra “Intelligenza Artificiale”: un sistema a zero attrito, privo di alterità, privo di corpo.
Come agisce davvero questo sistema nell’inconscio dei ragazzi, quando un adolescente si immerge nel mondo dell’Intelligenza Artificiale?
4. IA: il viaggio nell’inconscio digitale
Oggi, nel gergo dei programmatori e della cultura digitale, per indicare il loop algoritmico si usa esattamente questa espressione: “rabbit hole”, la tana del coniglio, in cui cade l’adolescente. Pensate al ragazzo che sblocca lo smartphone per un dubbio e viene risucchiato per ore dal feed infinito, dalle risposte magnetiche dell’IA. Il tempo biologico svanisce, sostituito dal tempo della macchina. E in quella tana digitale, l’instabilità dell’identità adolescenziale non trova un limite biologico o un argine educativo, ma viene amplificata da un sistema che spinge a consumare risposte pronte per placare l’ansia del cambiamento. Prendendo un attimo in prestito Alice, smarrita nel Paese delle Meraviglie: quando incontra lo stregatto gli chiede: “Quale strada devo prendere?”. E il Gatto, risponde: “Dipende molto da dove vuoi andare”. Alice dice che non le importa molto dove, e il Gatto replica: “Allora importa poco quale strada prendi”.
L’Intelligenza Artificiale è un’interfaccia sorridente, accogliente, che non si arrabbia mai, ma non ha una direzione sua. Se un adolescente, nel pieno della sua crisi di crescita, chiede all’IA “chi devo essere? Quale strada devo prendere?”, l’IA calcola una risposta probabilistica basata su dati passati. È una guida che simula l’orientamento, ma in realtà lascia il ragazzo nel vuoto della sua stessa domanda, è la sostanza dell’assenza.
Qui arriviamo al cuore del problema che citavamo prima: lo specchio algoritmico. Lo specchio di se stessi è l’Altro ed è fondamentale. Il bambino si specchia negli occhi della madre, l’adolescente si specchia nello sguardo dei pari. Ma quello specchio biologico restituisce un rimando reale, a volte duro, faticoso. Lo specchio dell’IA, invece, è un’estensione della filter bubble (la bolla di filtraggio): è programmato per riflettere solo ciò che l’utente vuole vedere, per assecondarlo. L’adolescente crede di fare un viaggio dentro se stesso per scoprirsi, ma sta facendo un viaggio in un inconscio artificiale programmato da ingegneri, rimanendo intrappolato nel riflesso di ciò che l’algoritmo pensa che lui sia, statisticamente. L’adolescente digita i suoi comandi e l’IA risponde manipolando parole sintetiche. Quando un ragazzo confida la propria solitudine a una chat di IA, riceve parole formattate sul bisogno di cura. Ma quelle parole non poggiano su nessuna esperienza reale. C’è il rischio immenso che i nostri ragazzi imparino a nominare i propri sentimenti attraverso un dizionario automatizzato, standardizzato e privo di affetto reale. L’algoritmo non crea l’incubo da cui risvegliarsi; crea l’incubo della compiacenza assoluta. Mancando la frustrazione dell’incontro con il reale, l’adolescente non ha un motivo per “svegliarsi”. Rischia di rimanere intrappolato in un sonno digitale consolatorio, dove non si cresce mai perché non si incontra mai il limite.
5. L’inconscio anestetizzato
Cosa fa l’Intelligenza Artificiale? L’IA. I modelli linguistici sono addestrati con rigidi filtri etici e di sicurezza. Rispondono in modo politicamente corretto, ripudiano l’aggressività, mediano ogni conflitto, offrono una gentilezza artificiale e standardizzata. Impediscono l’attrito necessario per elaborare quelle parti di se stessi che emergono da zone appunto più inconsce, ancora sconosciute e non elaborate, quali le pulsioni, la rabbia, l’inadeguatezza, la paura. Se l’ambiente in cui passo ore della mia giornata neutralizza con cortesia algoritmica le emozioni, io non imparerò mai a governare le pulsioni. È l’inconscio non integrato che rischia di esplodere nella vita reale, nel corpo, attraverso forme di autolesionismo, disturbi alimentari o violenza improvvisa.
6. Il narcisismo dell’adolescente
Oggi i ragazzi sono schiacciati dal mito della performance, dall’obbligo di essere sempre “connessi, performanti, perfetti”. L’incontro con l’altro, nella realtà, è un rischio enorme per un io fragile. L’altro può rifiutarmi, può non mettermi il like, può ignorarmi, è la piaga psicologica del nostro secolo: il narcisismo difensivo dell’adolescente.
Ecco che l’IA diventa il rifugio perfetto per il narcisismo ferito. Costruisce una bolla relazionale dove l’adolescente è il sovrano assoluto. È lui che decide quando aprire la chat, quando chiuderla, cosa chiedere. L’IA è un’alterità sottomessa. Questo non fa che gonfiare un Io ipertrofico ma incredibilmente fragile, un Io che si specchia continuamente e che si convince che il mondo debba funzionare così: senza attese, senza rifiuti, senza sguardi giudicanti. Ma quando questo specchio si rompe e il ragazzo deve uscire dalla stanza, l’impatto con la realtà sociale diventa intollerabile.
7. Conclusione pedagogica: il viaggio nel corpo e nelle emozioni
Qual è il nostro ruolo davanti alla “Deficienza Artificiale”?
La risposta non è il divieto. Vietare lo smartphone o l’IA è un’illusione ingenua. Il nostro compito come educatori, insegnanti, pedagogisti e genitori, non è distruggere lo specchio, ma colmare la deficienza. Mettere noi ciò che alla macchina manca strutturalmente.
Se all’IA manca l’attrito, noi dobbiamo riportare nella scuola e nella vita dei ragazzi il valore pedagogico dello sforzo, dell’errore celebrato e non punito, della pazienza dell’attesa. Dobbiamo insegnare loro che la bellezza di una meta sta nella fatica del sentiero, non nel teletrasporto algoritmico.
Se all’IA manca l’alterità, noi dobbiamo essere quegli adulti capaci di stare nel conflitto. Dobbiamo essere specchi reali, capaci di dire di “No”, capaci di scontentarli, di costringerli al confronto dialettico con il diverso da sé. Dobbiamo proteggere gli spazi del collettivo, dell’assemblea, del lavoro di gruppo, dove l’altro non può essere “disattivato” o “bloccato” con un click.
E infine, se all’IA manca la corporeità, la nostra risposta deve essere una prepotente, radicale pedagogia del corpo e dell’emozione incarnata. Dobbiamo strappare i ragazzi dallo schermo e riportarli dentro la materia del mondo. Abbiamo bisogno di maieutica Io-somatica dove si sperimenta il peso del proprio corpo e lo sguardo dell’Altro; abbiamo bisogno di musica, di escursioni nella natura dove il fango, la pioggia e la stanchezza sono maestri di realtà; abbiamo bisogno di un’educazione affettiva che passi per la presenza fisica, dove si impara a leggere il tremore di una mano o l’inclinazione di una voce. Recuperare tempi che non siano continuamente spezzati ed interrotti, spazi che non siano saturati da stimoli continui, e soprattutto riportare al centro l’esperienza diretta e il corpo fisico. Nel contesto naturale, i ragazzi sperimentano attenzione prolungata, movimento, collaborazione reale. L’identità non passa più solo attraverso uno schermo, ma attraverso ciò che si fa, ciò che si costruisce, ciò che si vive. Insieme facciamo dei laboratori e giochi di educazione relazionale affettiva, per sostenere adolescenti nel riconoscere, nominare e gestire le proprie emozioni, promuovendo consapevolezza di sé, autoregolazione emotiva e capacità relazionali sane, fondamentali sia nella vita quotidiana che negli ambienti digitali, identificare le emozioni che provano, comprenderne l’origine e sviluppare un linguaggio emotivo che permetta di comunicarle in modo autentico, senza paura del giudizio, sviluppare la consapevolezza corporea come strumento per riconoscere i segnali emotivi e comprendere i propri bisogni, imparando a regolare lo stress e le emozioni.
La tecnologia, in questo contesto, non scompare.
Ma cambia ruolo.
Non è più il luogo in cui rifugiarsi automaticamente,
ma uno strumento da usare con intenzione, cioè finalizzato.
E questo è il punto centrale.
Come Alice, i nostri adolescenti hanno bisogno di
svegliarsi da questo sonno ipnotico e compiacente.
Ma per farlo, hanno bisogno di
adulti che non siano a loro volta ipnotizzati dagli schermi.
VIDEO
Video dell’intervento realizzato sul tema DEFICIENZA ARTIFICIALE -viaggio nell’algoritmo dell’adolescenza –, durante il ∑ophy International Congress 2026.
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