Mamma sigmasofica suggerisce in base alla sua esperienza vissuta, penetrata ed elaborata.
Una tecnica genitoriale
per la funzionalità dell’azione
non per la sua bontà.
In questi 7 anni di forma-azione in Sigmasofia, ho potuto mettere sotto stretta osservazione il mio ruolo di genitore e riconoscere le induzioni proiettive che immetto, inconsapevolmente, nell’educare i miei figli, le stesse che mi portano poi ad avere la sensazione di non comprendere la mia prole o ad attribuire alcune loro caratteristiche che non condivido a influenze esterne.
- Rielaborazione del “dovere di esserci”
- La scoperta di sé oltre il ruolo materno
- Le proiezioni ostacolanti riconosciute
- Rielaborazione del “parlare con i figli”
- La necessità di comprendere sé stessi per comprendere i figli
- Mettere il superamento al supporto dei figli
- Il “nascondiglio” dietro la fiducia
- La genitorialità funzionale attraverso la Sigmasofia
Rielaborazione del “dovere di esserci”
Educandomi, mia madre mi ha sempre ripetuto:
“I figli vengono prima di tutto, bisogna sempre esserci per loro, bisogna parlare con loro, bisogna capirli e dare loro fiducia.”
Una frase che mette di fronte al dovere di esserci, ma non mette a fuoco con quali strumenti esserci.
Di seguito l’elaborazione della frase di mia madre,
- I figli vengono prima di tutto, bisogna sempre esserci per loro.
Identificandomi nella gerarchia che mette i figli al primo posto, ho proiettato su di essi forme di onnipresenza e di onnipotenza materna: curo la casa, cucino, li porto dove richiedono di andare, compro quando hanno il desiderio di acquistare, mai un no, non posso, non ci riesco (…). Per questo motivo, forse, nella psiche dei miei figli si è evidenziata la tendenza ad essere continuamente richiedenti che, nonostante come genitore io sia molto presente, non smette di esaurirsi e, anzi, diventa sempre più pressante e anche aggressiva.
Nella mia psiche, invece, evidenziavo la seguente la frase:
“Io ci sono sempre stata, anche se tra alti e bassi, non siete affatto riconoscenti, non è questo il modo in cui dovreste trattarmi.”
Precisazione: ciò che intendo per presenza ha assunto, negli anni, diverse sfumature: vado a lavorare per pensare a voi e per esaudire i vostri desideri, mi dedico alla vostra istruzione, l’educazione che tento di trasmettervi è partecipativa e tollerante, spesso metto in subordine le mie esigenze personali per tentare di soddisfare le vostre (…). Con questi presupposti sono arrivata a una forma di compassion fatigue che si è manifestata, talvolta, con il non riuscire ad assolvere, completamente gli impegni presi e, in qualche momento, con il sentirmi
figlia dei miei figli.
In sintesi, si è formato un circolo vizioso di auto-colpevolizzazioni:
una madre deve esserci, devo farlo per voi, mi dicevo nei momenti in cui mi dedicavo a me stessa.
La scoperta di sé oltre il ruolo materno
Tutta la questione si è semplificata nel momento in cui ho integrato la realtà che
non sono soltanto mamma: sono figlia io stessa, sono una donna,
sono un essere umano
che tenta di soddisfare tutti i propri metabisogni, bisogni e desideri, i figli sono una parte di tutto il mio esistente, importante perché sono una parte di me, ma una parte da non amplificare, da conciliare e integrare a tutte le altre. Soprattutto, è arrivata la comprensione che i figli sono
esseri umani da me distinti nelle scelte di opinione,
nei modi di interfacciarsi al mondo:
avranno i loro passaggi formativi da percorrere, non possono già essere definiti come precedentemente erroneamente pensavo.
Con queste consapevolezze, il mio concetto di presenza si è scisso
dal dovere essere, in ogni caso, sempre fisicamente presente
all’esserci compatibilmente con tutte le mie esigenze.
Le proiezioni ostacolanti riconosciute
Vivendo le mie componenti ostacolanti e facilitanti, con la forma-azione sigmasofica, ho preso consapevolezza che è possibile
distinguere l’azione funzionale
da quella proiettiva ostacolante.
Cosa, precedentemente, proiettavo nell’azione?
- bisogno di riconoscimento;
- dinamiche di potere;
- narcisismo;
- paura dell’abbandono e del giudizio;
- bisogno di accudimento personale represso,
- voglia di indipendenza e di autonomia;
- dipendenza;
- conflitto.
Ed ancora.
Rielaborazione del “parlare con i figli”
Un altro pezzo della frase di mia madre,
“bisogna parlare con loro”.
Precedentemente, nella mia quotidianità parlare con i figli significava
esportare su di loro il mio modello di vita, di pensiero,
spesso in contraddizione con quello dell’altro genitore, di altri familiari o di altre figure, soprattutto con quelle in cui riconoscevo autorevolezza.
I figli devono risultare a mia immagine e somiglianza mi diceva l’inconscio non risolto,
inducendo in loro:
- ribellione verso la mia autorità e verso quelle esterne e, successivamente, verso loro stessi;
- negazione del fatto che potevano avere un’opinione diversa dalla mia (non riconoscevo che di fronte a me c’erano due persone con il proprio pensiero, anche se, talvolta, non espresso);
- dinamiche di potere nella relazione, il ruolo di genitore mi dava l’illusione di essere in una posizione di comando in una mia presunta e proiettiva gerarchia relazionale;
- critica giudicante, proiettavo su di loro l’illusione che la mia parola fosse più valida, aspetto contestato dal loro mettermi continuamente in discussione.
Motivi per cui ho preso coscienza della mia ambivalenza, confermata dal fatto di:
- accoglievo il loro aprirsi ma, contemporaneamente, negavo i loro contenuti;
- riconoscevoil loro confidarsi con me ma, contemporaneamente, immettevo nella relazione dinamiche di mio potere proiettivo;
- la mia disponibilità all’ascolto ma, contemporaneamente, non ascoltavo, realmente, il loro pensiero.
La forma-azione sigmasofica mi ha fatto prendere coscienza che è
proiettivo esportare e tentare di imporre la propria opinione personale su altri,
che il figlio è sì parte di me stessa, ma veicola una personalità differente, da comprendere.
La necessità di comprendere sé stessi per comprendere i figli
Durante la manifestazione dei fattori ostacolanti, di cui sopra, la frase di mia madre,
“bisogna capirli”
è risultata, per un periodo di tempo relativamente lungo, essere per me impossibile da seguire, in quanto
non avevo ancora compreso e trasformato le mie dinamiche interiori proiettive.
Nella mia onnipotenza genitoriale, pensavo di conoscere i figli e, quindi, di capire il loro comportamento, i loro pensieri. Non tenevo conto, minimamente, che essi facevano esperienze senza di me, formando così, in diversi loro contenuti, una personalità differente dalla mia e da quella che mi illudevo di aver riconosciuto.
Sento che ci sono componenti di me stessa che ancora non riesco a capire.
In ogni caso, con la forma-azione sigmasofica mi sono aperta al riconoscimento che alcune informazioni di cui disponiamo e che in qualche modo agiamo sono riconducibili alle esperienze di chi ci ha preceduto e
trasmesseci per via ereditaria di padre, madre in figlio,
anche questa componente, di cui non ero consapevole, ha contribuito
all’insorgenza della mia relazione ostacolata con i miei figli.
Mettere il superamento al supporto dei figli
Ora, ho maggiore consapevolezza che sto percorrendo un tratto di sentiero con loro: e posso mettere a loro supporto il
superamento delle mie dinamiche ostacolanti,
mostrando come io sto intervenendo su me stessa,
per prepararli, meno proiettivamente,
a vivere la loro autonomia e auto-determinazione.
Riconosco in me che la
perdita di significato, che proiettavo nelle mie esperienze
quella che mi induceva a banalizzarle e a stereotiparle, è stata la
compensazione al mio non essere cosciente
di non avere strumenti per superarle.
Mi spostavo
dalla pseudo onnipotenza materna all’impotenza
(non è possibile controllare tutto quello che accade).
Probabilmente, avevo spostato nel
dover fare esteriore l’occuparmi dei miei figli.
Prendere coscienza dei miei spostamenti ostacolanti mi ha permesso di capire la necessità di
porre in remissione alcune delle indicazioni stereotipate
introiettate dai miei familiari d’origine e di
concentrarmi su quelle che riconosco essere educativamente efficaci.
Voglio ri-costruire la mia psiche in modo simmetrico al mio intento-scopo di vita, basandomi sulle mie, più realistiche, prese di consapevolezza.
Il “nascondiglio” dietro la fiducia
Nell’ultima frase di mia madre:
bisogna dare loro fiducia
riconosco, ora,
la tipica frase dietro la quale mi nascondevo
in quanto non disponevo della conoscenza adeguata a
poter analizzare, comprendere, intervenire sulle dinamiche proiettive dei miei figli.
Riscontro questa dinamica nelle esperienze quotidiane mie e di altri, quando viene citata nello sport, nella didattica, nelle uscite autonome dei figli e (…).
Attraverso la forma-azione in Sigmasofia ho iniziato a prendere coscienza di questo mio nascondermi, ad averne contezza, ed ho iniziato a
intuire quando l’esperienza che vivo è proiettiva
rispetto a quando è fluida, maggiormente libera,
iniziando così a trasmetterlo ai miei figli.
Talvolta, per me, il dare loro fiducia è stato come affermare:
non ho voglia e non so in quale modo occuparmi di voi.
La genitorialità funzionale attraverso la Sigmasofia
In questo momento, per me, essere genitore, è diventato
acquisire la metodologia pedagogica
da me maturata attraverso la Sigmasofia
per rendere educativamente funzionale la relazione con i miei figli.
Si tratta della trasmissione dei principi vissuti della
pedagogia-psicagogia Sigmasofica su base maieutica,
attraverso la quale i miei figli, potranno elaborare la propria
auto-motivazione,
auto-osservazione,
auto-estrapolazione e
auto-determinazione dei propri
significati di vita.
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