VIA DI CONOSCENZA SIGMASOFIA

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 La remissione del concetto di anima

L’uomo che porta su di sé il peso della sua mortalità
Sant’ Agostino

L’Universi-parte, noi stessi che vive la leggera consapevolezza
del suo essere transfinitamente in vita-autopoiesi
Nello

 

Le citazioni riportate sopra sono due esempi di stati di coscienza, producibili dall’essere umano. In una, partecipiamo

  • la consapevolezza del dover morire come un peso;

nell’altra

  • la leggera consapevolezza di essere parte integrante e inscindibile dell’Universi, ad oggi transfinitamente (in modo mai finito) in vita-autopoiesi.

Per sopportare il peso della morte:

  • nel primo caso, moltissimi esseri umani hanno ipotizzato l’esistenza dell’anima, attribuendole facoltà d’immortalità e di non deteriorabilità;
  • nel secondo caso, il riconoscimento vissuto del campo coscienziale olistico-autopoietico dell’Universi-parte evidenzia come un Tutto atomicamente e coscienzialmente legato, inscindibile, ponga in remissione l’ipotesi dell’anima, in quanto si vive che ciò che è transfinitamente in vita è, appunto, il campo coscienziale che, anch’esso, evidenzia di essere non deteriorabile.

Molti esseri umani hanno investito l’ente anima, con caratteristiche prese dalla propria individualità, dalla propria identità acquisita, proiettando la speranza che questa potesse trovare la continuità, al momento della morte.

Il vissuto dell’Universi-parte sta evidenziando che il campo coscienziale è non localistico e locale, su cui si inscrive la propria storia acquisita. Tale campo è, appunto, ciò che si preserva al momento del

punto morte della manifestazione della vita nel corpo fisico,

quindi non si tratta di fine vita complessiva, totale.

Entrambi i casi sono concordi nell’affermare che in tutti gli esseri umani dimori qualche cosa che denominano l’interiorità, di cui possono avere percezione, farne esperienza diretta.

In generale, il cultore dell’anima pensa che è possibile percepire, osservare l’ambiente soltanto dall’esterno, mentre si può guardare se stessi, la propria anima, la mente, dall’interno.

Chi vive, realmente, di essere Universi-parte non separa più il soggetto dall’oggetto e, di conseguenza, vive l’ambiente, il mondo, l’altro come parte integrante di sé, nello stesso modo come percepisce un braccio rispetto al proprio corpo: non si sente scisso separato, ma è partecipatore fusionale-osservatore. Tutto viene vissuto in modo vivo, animato: sia l’interiore che l’esterno vengono vissuti come campo unico.

Moltissimi esseri umani riflettono e hanno riflettuto sul concetto di anima.

Taluni (quelli del primo caso)

  • ritengono che ci sia un principio immateriale separato dal corpo, contrapposto alla materia;

altri (quelli del secondo caso)

  • vivono che l’Universi-parte, la sua manifestazione sensibile sia, sostanzialmente, la densificazione di tale campo coscienziale localistico e non locale.

Tra l’altro, anche molti scienziati, attualmente, affermano che psyché e soma sono inscindibili, sono un unico processo.

In ogni caso, il concetto di anima si perde nella notte dei tempi. È possibile affermare che, essendo parte integrante della materia, anche il campo coscienziale olistico-autopoietico, allo stato della ricerca, è individuabile come

esistente da sempre.

Il concetto di anima non coincide con quello di campo coscienziale olistico-autopoietico. Quest’ultimo è un campo da cui si evidenzia quello elettro-magnetico, gravitazionale, elettro-debole, nucleare, morfo-genetico che, appunto, sono sue manifestazioni. Non è poi così difficile partecipare-osservare che siamo composti da atomi e che la coscienza (l’Io-psyché) è parte integrante e inscindibile di essi. La fisica quantistica sta riconoscendo funzionalità come l’entanglement, che interpreta anche come inseparabilità, di conseguenza anche il campo coscienziale è inseparabile da tali funzionalità: il campo coscienziale e quello atomico sono uno stesso processo che si manifesta in diversi modi. È questo che anche popoli antichi, cosiddetti primitivi, avevano intuito, sentito in loro: denominavano tutto questo entità superiori, divinità (…). Intuivano la presenza del campo coscienziale olistico-autopoietico: lo sentivano manifestarsi nei sogni, negli stati estesi di coscienza (…). Come altro potevano interpretare quello che oggi denominiamo campo elettrodebole, elettromagnetico, gravitazionale, nucleare, morfo-genetico (che giocano un ruolo determinante nella creazione della manifestazione sensibile) se non con qualche cosa, dotato di forza extra-ordinaria che denominarono appunto, Divinità, Dio (…).

Non abbiamo necessità dell’ipotesi denominata Dio.

L’incompletezza della scienza attuale è che ancora non ha riconosciuto che la vita-autopoiesi è in ogni atomo, microstruttura e coincide con il campo coscienziale: le cose materiali del mondo sono parte integrante e inscindibile della vita-autopoiesi,

non esiste e non è mai esistita la materia vivente e quella non vivente:

a livello delle meccaniche quantistiche e sub-quantistiche e coscienziali non locali, ciò si evidenzia in modo inequivocabile.

Noi siamo vita-autopoiesi partecipatori non scissi delle sue creazioni. Ovviamente, non si tratta di una visione animista della realtà, ma del riconoscimento vissuto che Tutto è atomicamente e coscienzialmente legato e che noi siamo parte integrante di ciò. Non vivere questo ha indotto alcuni scienziati a produrre contraddizioni generate da tale stato di incompletezza sul piano della consapevolezza che proiettano sul mondo attuale. Riscontriamo ciò nelle molteplici valutazioni separative tra soggetto e oggetto, nella distinzione tra organico e inorganico che spesso accompagnano alle loro migliori conquiste scientifiche. La vita-autopoiesi, il campo coscienziale non è una componente del mondo, ma allo stato della ricerca coincide con l’Universi, anche se le sue densificazioni e differenziazioni sembrano indicare innumerevoli varietà di morfologie, di enti, parti, esistenti.

Di fatto, il campo coscienziale olistico-autopoietico (che include quello elettrodebole, nucleare, gravitazionale elettromagnetico, morfo-genetico, in Sigmasofia denominato anche campo MAC) è la fonte di energia, è il principio attivo organizzatore, è l’ordine implicito che muove all’essenza di ogni parte-Universi, quello che ne determina le funzioni: si tratta

dell’entelechia olistico-autopoietica,

ossia ciò che ha il compimento in sé, le finalità in sé. Ogni singola parte-Universi è creata da tale campo che non è autonomo, bensì inscindibile da tutto l’esistente, sensibile e sovrasensibile locale e non localistico. Tali processi includono e generano le diverse prospettive evoluzionistiche e agiscono nell’assetto delle parti, degli organismi, di ogni tempo.

I vissuti, ad oggi raggiunti, evidenziano la possibilità di partecipare-osservare e contemplare tale campo sovrasensibile, per così dire, immateriale, come fondamento dell’esistente e non della sola vita organica distinta, proiettivamente, da quella inorganica.

Il corpo fisico, di fatto, non accende da solo la vita che veicola, ma esso stesso è evidenza, è creazione della vita-autopoiesi dell’Universi-parte in azione. Non si tratta di un principio superiore e men che meno ci si riferisce ad attribuiti divini che, come detto, sono chiaramente delle proiezioni. Si vive che la materia è la densificazione di campi estesi sovrasensibili, in cui semplicemente non esiste il superiore o l’inferiore: sono un campo unico.

La sperimentazione diretta ci mostra la complessità della questione. Abbiamo vissuto che la materia è come la punta di un iceberg e la parte non visibile è progressivamente meno densificata fino a riconoscerla come un campo transfinito, immateriale, un processo che va dal sensibile al sovrasensibile, dal localistico al non locale, transfinito, senza scissioni. Taluni denominano, genericamente, tale campo sovrasensibile con il termine energia spesso separandola dalla sua densificazione, indicando così la frattura tra materia ed energia: non le riconoscono come campo unico.

In tali densificazioni, i principi attivi creano e in-formano gli atomi e di conseguenza il nucleo di ogni cellula: il DNA crea le istruzioni per l’uso, necessarie a nascere, crescere, sopravvivere, vivere e anche a riprodursi.

La cellula è, quindi, diretta emanazione di funzionalità più ampie, della vita-autopoiesi e, di fatto, legge le istruzioni del DNA e le mette in atto in quanto emanazione, densificazione del campo coscienziale olistico-autopoietico, che determina tali funzionalità innate.

In questo senso e con questi significati, l’Universi-parte, noi stessi, ha il proprio metabolismo, ossia evidenzia il free-flow autopoietico (flusso libero auto-creato) di principi attivi, di in-formazioni che determinano il proprio ordine funzionale e mantenimento.

Il fatto che una cellula si duplichi significa che si duplica anche il suo genoma. Ciò non significa un aumento di in-formazione e di ordine, infatti, per fare un esempio, la duplicazione di un documento significa riprodurlo tale e quale. Voglio comunicare che l’aumento di in-formazione proviene dal campo coscienziale non localistico e non ha nulla a che fare con la duplicazione della cellula, ossia della fruitrice di tale determinismo olistico-autopoietico.

I fenomeni vitali sono in questo senso unici e sono dell’Universi di cui siamo parte e non della parte separata da Universi. La vita-autopoiesi non è mai in bilico. La manifestazione della vita nella parte può da taluni essere interpretata come in bilico, ma si tratta di una visione riduzionista.

Il campo coscienziale olistico-autopoietico è, quindi, il principio ordinatore ed è sostanzialmente in-formazione (autopoietica), niente a che vedere con l’anima. Tale in-formazione olistico-autopoietica si manifesta meravigliosamente attraverso il DNA che è uno dei tanti modi di manifestazione.

Il genoma non è l’anima della vita.

La vita-autopoiesi crea e include il genoma che è una sua emanazione. Infatti, anche senza genoma partecipiamo-osserviamo i mattoni della vita-autopoiesi esprimersi in tutto l’Universi, di cui siamo parte. Il genoma è di fondamentale importanza, ma deve essere letto e vissuto, avendo consapevolezza dei principi attivi autopoietici, da cui si evidenzia. Non inganni la constatazione che la manifestazione della vita-autopoiesi nel corpo si trasmette attraverso le generazioni, di padre-madre in figlio e che questo processo sta durando da quasi quattro miliardi di anni. Si tratta di un processo fondamentale, ma è pur sempre espressione di processi innati, estremamente più ampli e complessi.

Non si riconosce la vita-autopoiesi, le sue proprietà essenziali dal fatto che questa possieda un genoma o meno e che quest’ultimo utilizzi in-formazioni prese dall’ambiente, dal mondo. Esiste un unico organismo vivente che è l’Universi-parte e le parti, nessuna esclusa, utilizzano la quantità necessaria di energia, di campo coscienziale indispensabile per esistere. Questo non perché ci sia la naturale tendenza all’entropia, al disordine, in quanto l’Universi crea autopoieticamente sia ciò che denominiamo ordine, sia ciò che denominiamo disordine, ed è questa facoltà autopoietica di auto-creazione che è trans-finitamente in vita-autopoiesi e di cui dobbiamo ancora consapevolizzare molti aspetti e funzionalità. Infatti, in questa ottica, tutto ciò che nasce non deve morire, bensì si trova nella stessa relazione di un’onda con l’oceano che la genera: la parte-Universi è una fluttuazione, creata da Universi, e che va in remissione ed è riassorbita da Universi: processo che, ad oggi, segue, transfinitamente. Per questo, riconosciamo l’Universi di cui siamo parte come essere transfinitamente in vita-autopoiesi e il punto vita (la nascita) e il punto morte (la morte) sono la testimonianza di ciò che affermo: milioni di essere umani, di parti, nascono, si evidenziano ed altri miliardi muoiono, vanno in remissione.

È la danza dell’Universi-parte che vive, riconosce e consapevolizza se stesso.

In tale quadro, quale può essere il senso della parola anima?

Mi dispiace, ma siamo costretti a porla in remissione: non esistono destini ultraterreni, bensì funzionalità olistico-autopoietiche dell’Universi-parte, noi stessi.

L’essere umano genera azioni che coinvolgono processi universali per entanglement coscienziale. Il termine anima, qualunque cosa significhi, è perfettamente contenuto dal vissuto del campo coscienziale olistico-autopoietico, sostanzialmente non localistico la cui manifestazione localistica, nel corpo umano, è denominata, Io-psyché.

In conclusione, possiamo affermare che la concezione, per cui esiste un’anima diversa e separata dal corpo, non ha riscontri nel nostro vissuto diretto e di conseguenza va in remissione la visione religiosa dell’anima, in quanto tale termine è superato dalle attuali avanguardie pratico-teoriche scientifiche e filosofico coscienziali.

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