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E' IN ATTO UNA FORMA DI NEO-OSCURANTISMO

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Sezione: Psicologia Io-ontos-sophos-logia » Articoli
Data: 11/08/2012
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Autore: Nello Mangiameli
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IMPORTANTE!
E’ IN ATTO UNA FORMA DI
NEO-OSCURANTISMO?
UNA SENTENZA DEFINITIVA CONTRO L’ESERCIZIO DELLA PROFESSIONE ABUSIVA DI PSICOLOGO-PSICOTERAPEUTA,
AVVALLATA DALL’ORDINE PROFESSIONALE DEGLI PSICOLOGI DELL’EMILIA E DA ALTRAPSICOLOGIA,
SEMBRA VEICOLARE UNA PREGIUDIZIALE OPPOSIZIONE AL PROGRESSO, ATTRAVERSO LA MESSA IN DISCUSSIONE DI PRATICHE, DI TEORIE, DI IDEE INNOVATIVE E LA LIMITAZIONE DELLA DIFFUSIONE DELLA CONOSCENZA
Abstract
In questi giorni, ho avuto occasione di leggere la sentenza emessa dal Tribunale di Ravenna (http://www.ordpsicologier.it/public/genpags/bigs/sentenzaabela.pdf) e un articolo pubblicato da “Altra Psicologia”
riguardante l’esercizio abusivo della professione di psicologo. Si tratta di una sentenza di condanna, definitiva, contro tal Vincenzo Massimo Abela, dottore in filosofia, naturopata.
Secondo me, ci troviamo di fronte ad una sentenza definitiva che marca un deciso passo indietro rispetto al riconoscimento del
diritto-dovere inalienabile all’autodeterminazione-realizzazione che spetta, per natura, ad ogni essere umano,
ponendo in atto una forma di
neo-oscurantismo,
realizzata, adducendo come motivazioni, in alcuni casi anche legittime, l’abuso della professione di psicologo-psicoterapeuta e di medico.
Non si tratta tanto di prendere posizione a favore o contro il dott. Massimo Abela, che non conosco, per cui non ho elementi per esprimere un’opinione sul suo conto, quanto di denunciare con forza che nella sentenza è possibile individuare affermazioni che, a mio parere, veicolano, esplicitamente e implicitamente, una
pregiudiziale opposizione al progresso, attraverso la messa in discussione di pratiche, di teorie, di idee innovative e la limitazione della diffusione della conoscenza:
una forma di neo-oscurantismo.
Esistono studi e ricerche, riguardanti la coscienza e la psiche, che, in molti casi, per altre risultanze provenienti dalla propria ricerca, non si riconoscono, negli atti tipici, nella pratica, nella teoria e nei diversi setting proposti dalla psicologia e dalla psicoterapia. Per questi motivi, si elaborano nuove metodologie e nuovi orientamenti inerenti la ricerca sulla coscienza, sulla psiche, sulle emozioni (…) che, ovviamente, vengono denominati in altro modo.
Prima di entrare nel merito della grave e seria questione, è necessaria una premessa:

E’ opportuno affermare, con forza, che
rispettiamo totalmente la professione dello psicologo, dello psicoterapeuta e dello psicanalista.
Altresì, questa non è una difesa del Counselor, del naturopata, del coach, del Maieuta, dell’Analista corporeo della relazione (…) ma, semplicemente, si vuole evidenziare una seria e meditata indignazione verso posizioni che, di fatto, esplicitamente, e soprattutto implicitamente,
attaccano
il diritto-dovere autopoietico di autodeterminazione dell’essere umano,
di ciò che è proprio della psiche umana.
Affermo, inoltre, che noi siamo sostenitori della necessità di formazioni psicosomatiche a se stessi, scientifiche, artistiche e d’avanguardia, certi che queste possano dare risultati e riscontri d’efficacia, verificati, soltanto dopo un lungo periodo di studi, di ricerche, di sperimentazioni, di supervisioni e di tirocinio.
In tal caso, ciò che la sentenza, esplicitamente e implicitamente, attacca sono i fondamenti del diritto-dovere allo studio e alla ricerca su se stessa, esercitabile dalla psiche dell’essere umano. Infatti, attraverso la sentenza giudiziaria, avvallata dall’Ordine degli Psicologi dell’Emilia e condivisa dall’Associazione Altrapsicologia, si tenta di porre dei limiti, di settorializzare, di ridurre, a possesso esclusivo di una categoria, un patrimonio universale quale è la psiche, che, di fatto, appartiene ad ogni essere umano, all'Universi, di cui ognuno di noi è parte integrante.
Affermo che il diritto-dovere di praticare la professione di psicologo, di psicoterapeuta è inalienabile e lo è anche il fatto di raggiungere tale qualifica, seguendo adeguate e riconosciute formazioni, regolamentate dalla legge, ma questo non può essere espresso, “uccidendo” altri esseri umani, liberi ricercatori sulla coscienza, sulla psiche, che seguono altre forme di studi e di ricerche pratico-teorici e che vogliono condividere liberamente le proprie consapevolezze con chi ne faccia esplicita richiesta.

Di fatto, la sentenza sembra non rendersi conto dell’evidenza che l’Io-psichè è un ente innato, di cui ogni essere vivente ha, di fatto, piena disponibilità, può usufruirne, oltre a porlo in relazione con se stesso e con gli altri. Essendo la storia individuale, acquisita di ognuno, differente, in quanto sono differenti le esperienze, le intensità istintivo-emozionali, le storie di vita formative, di fatto, è facilmente dimostrabile che, veicolando la propria consapevolezza, ognuno esprima la propria, unica e irripetibile, professionalità, filosofia e arte.
Lo psicologo o lo psicoterapeuta hanno il diritto di difendere la propria professione, ma soltanto verso altri ricercatori che affermino pubblicamente di essere psicologi o psicoterapeuti, senza aver seguito l’iter universitario, stabilito dalle leggi vigenti (e non per altro), come chiunque risulta perseguibile, se viola tale legge. Le cose cambiano, e in modo tremendamente serio, quando altri esseri umani, in conseguenza dei propri studi, per vissuti viscerali vivono la psiche, gli istinti, le emozioni, le patologie, i problemi, la morte, il dolore (…) in base alla propria consapevolezza e capacità di riconoscimento dell’esistenza. Denominano con altri nomi e modus operandi (quindi, non con i termini psicologia, psicoterapia) le proprie ricerche, appunto perché non condividono, nel merito, tecnicamente, scientificamente la visione psicologica, psicoterapeutica e, pertanto, vogliono vivere tali processi e autorigenerazioni, con altri modi, altri settings, differenti da quelli utilizzati dalla psicologia, dalla psicoterapia, dalla psicanalisi (categorie protette dalla legge).
Il fatto che quel giudice, avvallato da alcuni psicologi e psicoterapeuti, abbia sentenziato, tutelando la professione in riferimento ad alcuni reati (come la prescrizione di farmaci) è, ovviamente, legittimo, ma diviene neo-oscurantismo, quando si includono nella motivazione definizioni che riconoscono soltanto alla psicologo e allo psicoterapeuta funzioni psichiche e atti tipici, che appartengono al patrimonio dell’umanità, della psiche e, quindi, risultano fruibili da ogni libero ricercatore sulla coscienza (vedi i dettagli dopo).
Avvallando la sentenza in questione, si invade arbitrariamente e proiettivamente la sfera d’azione di altri. Di conseguenza, quegli psicologi e psicoterapeuti che la sottoscrivono ammettono implicitamente di non percepire come efficace ed ontologicamente sicura, la propria competenza professionale. Se così fosse, sarebbero i fatti, i risultati terapeutici, i casi risolti, a dare potere reale alla loro professione, per cui, di conseguenza, essi stessi avrebbero assunto posizione contro tale forma di neo-oscurantismo invasivo del diritto-dovere di autonomia, di autodeterminazione altrui. Avrebbero, in tal modo, difeso il principio di autodeterminazione che, in molti casi, viene da loro stessi rivendicato, ma che, in questo, viene ipocritamente negato, senza discernimento e per mera convenienza, personale, di lobby.
Entriamo nel merito.
Nell’articolo, si cita la legge 56/89 e si sottolinea che, proprio nella suddetta legge, genericamente si parla di
intervento per la prevenzione, la diagnosi, le attività di abilitazione-riabilitazione e di sostegno in ambito psicologico rivolte alla persona, al gruppo, agli organismi sociali e alle comunità, e che, in verità, non definisce quasi nulla in termini operativi.
Questo dà la possibilità a tanti pseudo professionisti (e a veri e propri truffatori) di utilizzare competenze professionali che ci appartengono e farle proprie con poche possibilità che la legge possa poi dare ragione a noi Psicologi.”
Esistono impostazioni di studi sulla psiche differenti e vari che hanno tutto il diritto di riconoscersi, ed essere riconosciuti, competenti sulle attività indicate, proprio perché, utilizzando proprie naturali ed innate funzionalità Io-somato-autopoietiche (energetiche, riguardanti il funzionamento degli atomi e delle meccaniche quantistiche), hanno approfondito ricerche ed elaborato metodi e settings innovativi.
Questo ha delle implicazioni enormi, anche per la legge e i giudici. Vediamone una. Ogni essere umano evidenzia le proprie esperienze, la propria formazione, la propria identità, la propria scienza della psiche, il proprio discorso sulla psiche (logos significa appunto scienza, discorso su) da tali funzionalità innate, microstrutturali, in cui tutto è atomicamente coscienzialmente legato. Di fatto, allo stato attuale delle ricerche, anche se la legge definisse in termini operativi la professione di psicologo e di psicoterapeuta, non potrebbe di fatto definire in modo completo nulla, per due motivi:
  • il primo perché ogni ricercatore sulla coscienza, veicolatore di psiche, è evidenza di funzionalità innate, di entanglement, di principi di non separabilità, di ordine implicito (alle micro particelle), comuni a tutti, e in gran parte inesplorati
  • il secondo, in quanto le peculiarità acquisite dell’Io-psichè, uniche e irripetibili, pur appartenendo alle stesse funzionalità innate, possono essere evidenziate, in modo maggiormente congruo, soltanto da chi le ha vissute, le vive e le studia
Da queste funzionalità, evidenziate dalla scienza e dalla ricerca, non si capisce bene su quale basi poggi la considerazione, secondo cui chi segue un'altra linea di studi, che magari include le ultime avanguardie della scoperta scientifica, sia pseudo-professionista o, addirittura, truffatore.
Se uno risulterà essere un truffatore, verrà indagato dalla magistratura che, lo perseguirà, in base alle leggi vigenti e non seguendo affermazioni generali e generiche.
La questione cambia, quando, attraverso tali affermazioni, definite da una sentenza, di fatto, si crea la condizione in conseguenza della quale si va ad ostacolare il diritto-dovere a praticare le nuove professioni, proprio quelle scaturite da approfondite ricerche e da validi studi, anche scientificamente condivisi (ricordo, inoltre, per chi fosse interessato, che il CNEL ed altri enti si occupano da anni del loro riconoscimento).
Quella sentenza, esplicitamente e soprattutto implicitamente, “decide” che soltanto lo psicologo o lo psicoterapeuta possa aver raggiunto competenze professionali adatte ad occuparsi della psiche, non riconoscendo, tra l’altro, che, essendo un patrimonio innato, possono essere raggiunte e vissute da chiunque voglia approfondirle
Sono costretto ad evidenziare il fatto incontrovertibile che, essendo un processo naturale, la psiche, la coscienza, non è e non può tecnicamente essere proprietà di nessuno. Non si riesce proprio a comprendere che cosa legittimi che indagini approfondite delle emozioni, degli istinti, delle patologie possano essere realizzati e, quindi, appartenere soltanto ad una categoria. Non discernendo nelle affermazioni esposte nella sentenza, l’Ordine professionale degli Psicologi dell’Emilia evidenzia implicitamente di aver bisogno della legge (del padre, come autorità) non per tutelare, legittimamente, la professione di psicologo-psicoterapeuta ma, approfittando del caso, per tentare di ostacolare altri liberi ricercatori sulle funzionalità della coscienza, in quanto possibili concorrenti (non vedo altre motivazioni).
E’ arcinoto a tutti che il cervello, la coscienza e molte loro funzionalità, ad oggi, sono inesplorate. Inoltre, ci sono regioni dell’inconscio personale, collettivo e autopoietico, ancora completamente da scoprire e da conoscere, il che significa che quello che è vero oggi potrebbe non esserlo domani, come la storia dimostra.
I contenuti operativi sono frutto dell’autoconsapevolezza, derivante dalla propria formazione, e non da generiche affermazioni di un giudice o da autoproclamazioni di categoria! In una coscienza localistica e non localistica (vedi studi sulle implicazioni dell’entanglement o sulle violazioni di Aspect, e similia), i cosiddetti atti tipici della professione evidenziati nella sentenza sono soltanto stereotipi identificativi e proiettivi, in quanto le avanguardie di consapevolezza scientifica sono, continuamente, intuitivamente e sincronicamente cangianti, come anche lo psicologo analitico Jung ci insegna (vedi testo, Sincronicità, edizioni Boringhieri). Non si capisce, quindi, perché l’Ordine degli Psicologi avvalli tali parti della sentenza senza distinguo, contribuendo, di fatto, a forme di neo-oscurantismo e, quindi, di iatro-patogenesi psicosomatica sociale.
Un atto è emanazione dell’Io-soma-autopoiesi, e ognuno lo esprime con le proprie capacità e facoltà: questa consapevolezza è alla base di ogni civiltà psicosomatica esistenziale, e nessuna proiezione, nemmeno quella di un giudice che, con alcune neo-oscurantiste affermazioni, ha motivato la violazione della legge, creando così un precedente, potrà porre in remissione, in quanto è patrimonio inalienabile dell’ontos, del sophos e del logos, di cui ogni parte-Universi, noi stessi, è espressione, che ne sia consapevole o no.
Inoltre, la questione riguarda proprio la “conoscenza aggiornata” dei “professionisti”. Esistono i processi di non località, super dimostrati da sperimentazioni effettuate dalla fisica quantistica. Chi vive giornalmente l’Entanglement Coscienziale Autopoietico (stato E.C.A. vissuto in alcuni centri di ricerca), il processo per cui tutto è atomicamente e coscienzialmente legato (come centinaia di studi di ogni università dimostrano), allo stesso modo di chi segue gli andamenti della ricerca scientifica, tiene nel dovuto conto che, di fatto, è stato dimostrato non esserci separazione tra soggetto e oggetto,tra ente che indaga e oggetto indagato, tra noi (per esempio, gli psicologi) e loro (i non psicologi). Nessuno ha, strutturalmente parlando, un legittimo campo di attività, perché in un universo in cui vige il principio di non separabilità (sempre ampiamente dimostrato dalla fisica quantistica), tutto è un unico processo funzionale che, un giudice, uno psicologo, se intellettualmente ed eticamente onesti, non possono, non inserire nelle proprie sentenze, nei propri avvalli. Si tratta di attenzione, di deontologia e di aggiornamento professionale e, soprattutto, del rispetto degli studi e delle ricerche di altri studiosi universitari, di premi Nobel e di altri liberi ricercatori sulla psiche, che se ascoltati avrebbero, in questo caso, indotto il giudice e l’Ordine Professionale degli Psicologi a riflettere maggiormente. E se, per vissuto diretto o per cultura, non si conoscono tali studi, si dovrebbe avere l’umiltà verso se stessi di riconoscere di non essere informati.
Ed ancora.
Riporto, di seguito, un altro stralcio dell’articolo di Altra Psicologia:
Il dott. Abela, laureato in filosofia, non iscritto né all’Albo degli Psicologi né a quello dei Medici, affermava di svolgere attività di naturopata. In realtà, sulla base delle testimonianze portate dall’accusa (ma, in parte, anche da delle dichiarazioni di alcuni testi presentati dalla stessa difesa), il giudice ha ritenuto che, per quanto i colloqui fossero di diversa natura (variando da persona a persona) essi riguardavano “soprattutto problemi inerenti i propri stati emotivi”, concludendo infine che si evinceva “come l’approccio del dott. Abela sconfinasse in buona parte in valutazioni, approfondimenti, indagini di natura prettamente psicologica”.
Nonostante lo svolgimento dell’attività di naturopata sia assolutamente lecita, nella sentenza viene ricordato che essa “non può certamente sconfinare nel compimento di atti tipici, propri e riservati ad altre professioni, come quelle del medico-chirurgo e dello psicologo.
Qui, si manifestano altri stati di non conoscenza del Giudice e di AltraPsicologia.
Spiego.
Anche altri studiosi possono occuparsi, sviscerare e trattare gli stati emotivi (di cui, ricordo per inciso, ogni essere umano, di fatto, si occupa, di qualunque estrazione sia!). Inoltre, a prescindere dal setting del naturopata o dello psicoterapeuta o di qualunque esperto della psiche, ricordo che l’evidenza degli stati emozionali e istintivi, persino problematici e patologici, può essere rilevata ovunque, persino in ogni relazione che ognuno di noi vive quotidianamente, ascoltando ed interagendo con l’altro.
Vorrei che questi esperti mi indicassero un solo essere umano, un solo Io-psichè che non si occupi dei propri stati emotivi! Infatti, questi sono veicolati da ognuno di noi, 24 ore su 24. Nemmeno se ci lobotomizzassero, tale evidenza funzionale innata sarebbe sopprimibile: è sufficiente guardarsi dentro, osservare qualunque essere umano, animale, per rendersi conto di tale naturalità. Ora, se un libero ricercatore sulla coscienza, che, come essere umano agisce la stessa azione giornalmente, si mette ad ascoltare (dopo essersi formato per lungo tempo a questo) con attenzione un altro essere umano e, per comprenderlo meglio, per empatizzarsi, somministra il proprio sapere, condiviso dalla libera autodeterminazione altrui, non si comprende come qualunque relazione possa non essere realizzata attraverso “valutazioni approfondimenti e indagini di natura prettamente psicologica: come affermano il giudice nella sentenza e AltraPsicologia nel suo articolo.
Approfondiamo.
Si tratta di episodi che accadono miliardi di volte, tra le miliardi di relazioni umane, ed ora un giudice e un Ordine professionale di psicologia ci dicono che valutazioni di natura prettamente psicologica non possono essere agite da nessun altro che non sia uno psicologo o uno psicoterapeuta.
Tutto, ogni atto è un’evidenza generata dalla psiche, quindi non è tecnicamente ed esistenzialmente possibile generare una qualunque azione o intenzionalità, al di fuori dell’ente unico in grado di farlo, la psiche, in base al proprio logos, alla propria logica, quindi,
non si può agire al di fuori della natura prettamente psicologica.
Approfondiamo ancora nell’analisi di un’altra posizione neo-oscurantista:
Per quanto il giudice rilevi anch’egli il deficit per cui la legge istitutiva della professione di Psicologo (la 56/1989) non descrive in modo analitico gli atti della professione soggetti a riserva, ha nondimeno ritenuto assolutamente condivisibili le osservazioni del consulente di parte civile, l’avvocato e psicologo Eugenio Calvi, laddove chiariva che devono intendersi “specifici di tale professione quei mezzi il cui uso si fonda sulla conoscenza dei processi psichici e che consistono essenzialmente nella osservazione, nel colloquio e nella somministrazione di test aventi lo scopo di individuare particolari aspetti del funzionamento psichico. Detti strumenti, poi, sono psicologici nella misura in cui hanno per finalità la conoscenza dei processi mentali dell’interlocutore, con l’utilizzo di schemi e teorie proprie delle scienze psicologiche”.
Un’osservazione che spesso viene fatta in difesa di chi è incolpato di esercitare abusivamente la nostra professione è quella che, non essendo gli imputati specificamente formati in tale ambito, in realtà non sarebbe possibile per loro applicare correttamente le tecniche psicologiche e, conseguentemente, gli interventi effettuati vanno più che altro annoverati sotto il generico termine di “consigli” più che di attività psicologica vera e propria.
Come si fa a non essere consapevoli che ogni Io-psichè si fonda sulla conoscenza e sulla consapevolezza di se stesso, ossia dei processi psicosomatici? Qui, è importante affermare che in molte scuole di ricerca i processi di osservazione sono considerati ampiamente superati e sono attuali quelli partecipatori (da Universo osservato a Universo partecipatorio[1]), rendendo così, per molti, obsolete le affermazioni del giudice e dell’avvocato.
Ogni psiche partecipa se stessa, a proprio peculiare modo:chiunque colloquia, dialoga con se stesso e con gli altri in diversi modi, chiunque somministra i propri test (e non importa che si chiamino Minnesota, Lusher e similia, che, peraltro, sono pratiche ampiamente contestate da alcuni settori della psicologia e della psicoterapia stessi) a se stesso e ad altri, per verificare qualche cosa, per verificare peculiari aspetti della propria funzionalità psicosomatica. Tutti, in qualche misura, abbiamo la conoscenza dei processi mentali, perché quelli veicoliamo e ognuno lo farà a proprio modo e con la propria consapevolezza, in conseguenza di schemi e di teorie, della propria scienza psicologica.
Rispetto alla scientificità o meno, si tratterebbe di approfondire il concetto. In realtà, che significa? Ed è automaticamente portatrice di efficacia? Anche la psicologia ha vissuto e vive, l’accusa di non scientificità, pur non dimostrando, per questo, meno valore!
Si dice che gli altri (i non psicologi), in quanto non laureati in psicologia, non sarebbero adeguatamente formati alle pratiche psicologiche. Ma, è possibile fare tale affermazione, anche per i cosiddetti formati, in quanto laureati in psicologia e regolarmente iscritti all’Albo! Infatti, come ho potuto verificare in moltissime occasioni, durante questi anni di lavoro e di ricerca, molti di loro non conoscono e non sanno somministrare le tecniche psicologiche adatte a raggiungere lo stato di Entanglement Coscienziale Autopoietico; non conoscono e non sanno somministrare tecniche psicosomatiche, utili a vivere gli stati di non località (la cui esistenza è confermata da studi scientifici di fisica quantistica, realizzati in molte nazioni). Di conseguenza, gli interventi di quegli esperti vanno annoverati nell’ambito dell’incompleto (ovviamente, in riferimento alla ricerca, questo ha valore per chiunque, anche per lo scrivente), più che di un’attività psicologica completa vera e propria. Le stesse accuse che, ingenuamente, la sentenza muove attraverso affermazioni generiche ai liberi ricercatori sulla psiche, sulla coscienza, a ogni essere umano, possono, senza ombra di dubbio e in qualsiasi situazione e laboratorio, essere allargate anche agli psicologi, agli psicoterapeuti, ad ogni scienziato e giudice. E non si riesce proprio a capire, perché si debba dar credito all’incompletezza, e non all’assunzione del principio di autodeterminazione, per cui uno applica su se stesso e su chi ne fa esplicita richiesta i propri raggiungimenti, i propri vissuti, la propria competenza, in continua evoluzione e trasformazione.
Ed ancora un altro stralcio.
D’altra parte, come qui fa giustamente rilevare il Giudice, “il reato è configurabile indipendentemente dalla correttezza e qualità degli atti tipici”; il che significa che, per essere imputati e condannati secondo l’art. 348 del nostro codice penale, non è necessario condurre in maniera corretta le attività specifiche di una professione, bensì compierne gli atti tipici, indipendentemente dal buon livello di interventi che vengono effettuati.
Nel nostro caso, una diagnosi o un intervento interpretativo o direttivo, che miri ad analizzare e intervenire sulle dinamiche psichiche è già da considerarsi atto tipico anche qualora la diagnosi o l’intervento fossero completamente sbagliati ed avulsi da un qualsivoglia fondamento scientifico. Come a dire che sono lo strumento e il metodo di indagine, più che la qualità con cui la stessa viene condotta, a determinare l’illiceità o meno del comportamento (esattamente come chi prescrive e somministra un farmaco senza essere medico incorre nel 348 c.p. indipendentemente dal fatto che abbia consigliato il medicinale adatto al problema oppure no).
Secondo me, prima di tutto, come ho tentato di dimostrare, è tecnicamente impossibile determinare atti tipici dello psicologo, dello psicoterapeuta, anche in considerazione del fatto che quel giudice non può non sapere che le diverse scuole di psicoterapia hanno posizioni differenti, riguardo all’organizzazione del setting e, quindi, degli atti tipici da somministrare: infatti, uno psicoterapeuta di estrazione freudiana lo imposta in modo diverso, rispetto ad uno Junghiano o ad un micropsicanalista o, ancora, ad un reichiano o ad un appartenente alla scuola di Palo Alto o ad un ontosofo umanista. In molti casi, sono antitetiche e non evitano conflitti, di combattersi l’un l’altra (il mio atto tipico è più giusto del tuo, sembrano dire). Inoltre, questi cosiddetti atti tipici trovano nuove avanguardie continuamente, come le prese di consapevolezza continue, nascenti dall’esplorazione consapevole dell’inconscio acquisito collettivo, giornalmente, ci mostrano, appunto perché l’inconscio collettivo, nell’accezione junghiana e per ammissione degli psicologi stessi, è vastissimo ed opera in ognuno. Quindi, non si riesce proprio a comprendere come un giudice possa parlare di atti tipici di una professione che, peraltro, non può conoscere, in quanto anche tra gli stessi esperti di quella stessa disciplina non c’è accordo.
Ognuno, ripeto, ha il diritto-dovere autopoietico di autodeterminarsi a vivere le proprie consapevolezze, in base alle proprie ricerche e formazioni, che ritiene giuste per sé, e questo ovviamente, vale per ogni essere umano. L’assunto, che il giudice implicitamente evidenzia, avvallato dagli psicologi, secondo cui soltanto le tecniche psicologiche sono vere, può essere riconosciuto come vero, soltanto nell’applicazione a loro stessi e su chi vuole condividere e credere a tale modalità. Il fatto di creare le condizioni, per legge, atte ad imporre tale valutazione incompleta ad altri, indica che i germi di tale neo-oscurantismo sono in essere.
Comunque, il principio di autodeterminazione mi fa affermare che ognuno ha il diritto-dovere di poter studiare se stesso, di poter raggiungere avanguardie di consapevolezza, di condividerle con chi vuole farlo, senza che qualcuno si arroghi l’autorità (o meglio, pseudo autorità) di creare le condizioni, l’humus psicologico, per vietarlo. Ogni atto è un atto di coscienza.
Non sono preoccupato, perché sono consapevole che le funzionalità, innate, ecologiche omeostatiche, porranno in remissione naturalmente tali ingenue valutazioni. Ciò che mi chiedo è perché, nel terzo millennio, proprio chi dovrebbe, per ruolo e per conoscenza diretta, affermare i principi di autodeterminazione, si lasci andare, senza le dovute meditazioni, riflessioni e aggiornamenti scientifico-professionali, a tali anacronistiche considerazioni.
Osserviamo ancora.
Questa affermazione giurisprudenziale è fondamentale, perché applicabile in una molteplicità di situazioni in cui persone non iscritte all’Albo degli Psicologi mettono in atto azioni che “hanno per finalità la conoscenza dei processi mentali dell’interlocutore, con l’utilizzo di schemi e teorie proprie delle scienze psicologiche”
Qui, il neo-oscurantismo emerge dirompente.
La discriminante sarebbe, quindi, l’iscrizione all’Albo degli Psicologi: allora, visto l’obbligatorietà dell’azione penale in presenza di un reato, perché quel giudice o l’Ordine degli Psicologi non denunciano, non perseguono il prete, la confessione? Anche la preghiera ha finalità di conoscenza dei processi mentali, attraverso cui esercitare la propria fede o i propri vissuti mistici, ponendo in remissione patologie psichiche e somatiche, come avviene per le presunte guarigioni di Lourdes, di Padre Pio, e similia. Perché non denunciano i buddisti che, con il vipassana, con meditazioni del bon e molto altro, pongono in remissione stati identificativi e problematici? Anche loro hanno, come esplicita finalità, la conoscenza dell’atto mentale proprio e dell’interlocutore (fedele, credente, religioso) che vuole rigenerarsi e risolvere problemi psicosomatici. E, perché non si denunciano gli Islamici che, attraverso la comunicazione diretta senza mediatori (preti sacerdoti e similia) si rivolgono ad Allah, modificando i processi mentali propri e degli interlocutori, per poter raggiungere un alto grado di empatia con ciò che loro ritengono sia, tra le altre cose, la fonte della cura (terapia) psicosomatica?
In questo specifico caso, tra l’altro, si è cercato di sviare l’attenzione facendo reggere la difesa sulla contestazione del fatto che il dott. Abela avesse mai praticato una forma di Psicoterapia; d’altra parte, è lo stesso giudice a rilevare un particolare che a volte sembra essere dimenticato persino da alcuni nostri colleghi i quali, per cultura o abitudine, tendono a far coincidere l’esercizio della nostra professione con l’esclusiva attività clinica e psicoterapeutica: l’imputato “ha nella sostanza impostato la propria difesa contestando di avere esercitato psicoterapia, ma trascurando che lo psicologo (non psicoterapeuta) per la ragione stessa dell’esistenza di detta professione (protetta), ha necessariamente un campo d’azione e competenze assai più vaste” e “va radicalmente escluso, dunque, che lo psicologo si occupi unicamente di psicopatologia”.
Non è, quindi, essenziale che una persona curi con metodi psicoterapeutici per incappare nel reato penale di cui sopra, ma è “sufficiente” che svolga attività di diagnosi e sostegno psicologico per poter essere ritenuto colpevole di esercizio abusivo della nostra professione.
Confermo la mia indignazione.
Lo abbiamo già visto, Psiche è un ente, un processo che appartiene almeno ad ogni essere umano (altri studi ci indicano che le cose e funzioni siano più estese). Il termine terapia deriva dal greco θεραπεßα (therapeía) e significa cura, guarigione. Ognuno di noi produce stati coscienziali psicosomatici, da lui stesso definiti come problematici, distonici, patologici e spesso è la persona stessa che, attingendo al proprio sapere, al proprio sistema di difesa immunitario, a funzionalità ecologiche, fruibili da ogni psichè, determina la propria autorigenerazione-guarigione. Continuamente, in ogni luogo del globo, l’essere umano è psicoterapeuta, lo dimostrano i fatti: abbiamo centinaia e centinaia di prove a riguardo (ciò non significa non riconoscere le specifiche modalità operative della figura professionale che si è autodenominata appunto psicoterapeuta, bensì affermare il principio attivo di autodeterminazione, in conseguenza del quale ognuno possa scegliere le proprie modalità di autocura di autoconoscenza, e se è approfonditamente formato riuscirà meglio!). Quindi, non si capisce proprio come possano contestare un’attività che è pressoché attuata da ogni singolo essere umano, in base alla propria storia e consapevolezza. Non si può affermare che l’accezione psicoterapeutica è peculiare di qualcuno, prima di tutto perché, ripeto, anche tra le loro diverse scuole non c’è accordo sul setting, sulle modalità applicate. Si dice che lo psicoterapeuta ha un campo d’azione più vasto dello psicologo, esattamente come potenzialmente chiunque può averlo.
Ricordo al giudice che anche gli psicologi-psicoterapeuti sono accusati di non scientificità da altre discipline scientifiche e lo sono, fin dalla loro nascita ufficiale, che risale agli inizi del 1900.
Attraverso la gnosi, la conoscenza (diagnosi) tutti, in qualche modo, ci autososteniamo a vicenda, in ambito psicologico, perchè siamo per natura portatori, veicolatori di psiche.
Se gli psicologi che avvallano quella sentenza si autoriconoscono specifiche competenze, le attuino e le dimostrino a loro stessi e, se vogliono, ad altri che condividono il loro valore! Ciò darà loro il ritorno che la loro azione merita.
Mi preme segnalare al giudice e all’Ordine degli Psicologi che anche i termini psicologia e psicoterapia sono obsoleti e superati dai fatti: dopo 30 anni di ricerche, posso affermare che non di solo logos è formata la psiche, ma anche di ontos, di sophos e di altro ancora, che la psicologia, almeno nel nome, non contempla, altrimenti avrebbe pensato ad elaborare una psico-ontos-sophos-logia che per altro, non per loro determinazione, è una disciplina già esistente da alcuni anni (l’Io-ontos-sophos-logia©). Tale indignazione non rivendica altro che il diritto-dovere di poter studiare, di formarsi a se stessi e di condividere i propri risultati con chi vuole farlo: i giudici e gli psicologi dovrebbero meditare su questo semplice dato di realtà che continuerà ad esistere, malgrado i vari tentativi di ostacolarl!
Ed ancora.
Questa sentenza, quindi, si rivela importante soprattutto perché la decisione di condanna viene basata su valutazioni importanti in merito alle caratteristiche della nostra professione. Valutazioni che aiutano a dare una maggiore chiarezza e specificità al lavoro dello Psicologo anche dal punto di vista giuridico, colmando, almeno in parte, alcuni vuoti presenti nella Legge istitutiva della nostra professione.
La sentenza, infatti, riempie finalmente di maggiore senso l’articolo 1 della legge 56/89 nel momento in cui chiarisce come ciò che distingue uno Psicologo da un amico, prete o qualsivoglia figura che elargisce consigli e dà pacche sulle spalle è un’analisi conoscitiva che mira ad indagare i processi mentali sottesi alla situazione di malessere e il funzionamento psichico generale che porta a mantenere tale stato, opponendosi ad un possibile miglioramento.
Naturalmente, si considera che un collega faccia ciò con modalità scientifiche e adeguata formazione, mentre nel caso dell’abusivo ciò che conta non è la perizia o la scientificità con cui si approccia a tale metodo, quanto il fatto che lo utilizzi.

Questa sentenza è neo-oscurantista
e viziata dal mancato aggiornamento scientifico-professionale sulle funzionalità psicosomatiche, innate (quantistico-autopoietiche),
dell’essere umano.

Non contribuisce a dare chiarezza e dignità al lavoro dello psicologo, perché, senza rendersene conto (forse), lo riduce a setta.
L’analisi conoscitiva, che mira ad indagare i processi mentali, che sottendono alla situazione di malessere, è prassi operativa di ogni singolo essere umano, consapevole o meno che sia, e che moltissimi di questi lo sanno. Bisogna anche aggiungere che, presso molti centri di ricerca, i termini quali analisi, osservazione sono considerati ampiamente superati. Infatti, come detto, molti scienziati parlano di un universo partecipatorio, di cervello olografico (Vedi studi sul cervello di Pribam), di attivazioni neurali a specchio, con significati-significanti maggiormente estesi di quelli qui presentati (*).
Ogni giorno, molte discipline al mondo, religiose, laiche, autopoietiche che siano, interagiscono per sanare il funzionamento psichico generale che porta a mantenere lo stato di malessere. Ne abbiamo prova ognidove e ci sono metodi di ricerca che non seguono la prassi della pacca sulla spalla o del consiglio: ma, anche se fosse così, e se questo fosse condiviso da chi vuole operare in quel modo, non si riesce proprio a capire perché la legge, lo psicologo o lo psicoterapeuta debbano invadere e ostacolare quelle scelte nascenti
dall’universale e inalienabile diritto-dovere di autodeterminazione.
(*) Di seguito, alcune affermazioni di scienziati e premi nobel:
La mente è per sua natura un tantum singolare.
Dovrei dire: il numero complessivo delle menti è soltanto uno.
Erwin Rudolf Josef Alexander Schrödinger
Noi abbiamo finito per pensare alla personalità di un essere umano esclusivamente come a qualcosa di collassato all’interno del suo corpo. Imparare che in realtà essa non può essere trovata nel corpo è un tale motivo di sconcerto da suscitare dubbi e incertezze siamo molto riluttanti ad ammetterlo.
Erwin Rudolf Josef Alexander Schrödinger
Il fatto più importante del principio quantistico è che esso distrugge il concetto che “il mondo se ne stia là fuori”, mentre l’osservatore ne è separato, al sicuro da esso…Per descrivere il cambiamento intervenuto, è necessario cancellare la vecchia parola “osservatore” e sostituirla con la nuova parola “partecipante”.
John Archibald Wheeler
Trascritti [in una] realtà fisica, essenzialmente uguale per tutti…
[Questa] unità del Tutto, se ricordiamo che la materia è una costruzione della mente, implica l’universalità della mente stessa.
Henry Margenau
La mente non materiale può essere completamente libera e indipendente dal cervello fisico, eppure pienamente in grado d’influenzarlo, senza dover fornire alcun quantitativo di energie nell’interpretazione.
Henry Margenau
In ultima analisi, l’intero Universo (con tutte le sue “particelle”, comprese quelle che costituiscono gli esseri umani, i loro laboratori, gli strumenti di osservazione ecc.) deve essere compreso come una singola totalità indivisa, in cui l’analisi in parti esistenti in modo separato e indipendente non ha una fondamentale ragion d’essere.
David Bohm
(…) così si arriva a una nuova nozione di totalità ininterrotta che nega l'idea classica di analizzabilità del mondo in parti esistenti separatamente e indipendentemente.
David Bohm
Nonostante il tradizionale ripudio da parte dei fisici dell'idea d'interazione non localizzata, nonostante il fatto che tutte le forze note sono incontestabilmente localizzate, nonostante l'esclusione einsteiniana delle connessioni superluminali [più veloci della luce]... Bell sostiene e dimostra che il mondo è pieno d'innumerevoli influenze non localizzate. Inoltre, queste connessioni non mediate sono presenti non solo in circostanze rare e particolari ma sono alla base di tutti gli eventi della vita di ogni giorno.
Le connessioni non localizzate sono onnipresenti perché la realtà di per sé è non localizzata".
Herbert
Il teorema di Bell richiede che la nostra conoscenza in materia quantistica sia non localizzata, collegata istantaneamente a qualsiasi cosa con cui sia venuta in precedenza in contatto.
Herbert
La mente, anziché emergere come una tonda escrescenza nell’evoluzione della vita, è sempre esistita…la fonte e la condizione della realtà fisica.
George Wald-
Nello Mangiameli
libero ricercatore sulla coscienza


[1] Il fatto più importante del principio quantistico è che esso distrugge il concetto che “il mondo se ne stia là fuori”, mentre l’osservatore ne è separato, al sicuro da esso…Per descrivere il cambiamento intervenuto, è necessario cancellare la vecchia parola “osservatore” e sostituirla con la nuova parola “partecipante”.
John Archibald Wheeler
 
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