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L'ARCHETIPO ACQUISITO SPAZIO-TEMPO

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Sezione: Sigmasofia Io-somatica » Articoli
Data: 12/01/2013
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Autore: Nello Mangiameli
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Ad oggi, ogni singolo ricercatore, interrogato sul proprio vissuto rispetto lo spazio-tempo, ha risposto in modo differente dall’altro, pur essendoci delle analogie, delle similitudini. Ciò ci indica che il tempo non è un concetto che ha un unico significato, almeno per l’Io-psyché. Ad esempio, lo spazio-tempo spiegato da un ricercatore che si occupa di coscienza è diverso da quello di un matematico, di un fisico; il tempo di una mamma non coincide con la percezione, il vissuto dello spazio-tempo del figlio. Il tempo trascorso in una relazione conflittuale è percepito più lungo rispetto al tempo vissuto in una relazione di coinvolgimento affettivo-sessuale piacevole. Sembra che, a seconda delle circostanze, dei momenti di vita, si possano applicare diverse concezioni spazio-temporali.
Lo spazio-tempo acquisito è una funzione dell’Io che, pur esprimendosi con diverse modulazioni, è riconducibile ad un unico concetto, che a sua volta è emanazione dell'Universi-parte. Sicuramente, lo spazio-tempo acquisito include le categorie classiche che denominiamo convenzionalmente passato, presente e futuro. Inizialmente, per comodità espositiva (ma, le cose non stanno così), possiamo dire che sia il passato che il futuro sono percezioni, valutazioni, interpretazioni che l’Io può produrre nello spazio-tempo acquisito denominato presente che, attimo dopo attimo, diviene, per sua valutazione, l’immediato passato e, all’inverso, l’immediato futuro. In queste interpretazioni, stati di coscienza, riconosciamo concetti come il ritmo dell’intervallo di tempo.
Tutte le esperienze, le storie passate sono in realtà memorie, ovvero atti coscienziali che si svolgono nel qui ed ora, nel presente (continuamente cangiante, pressoché incoglibile). Allo stesso modo, il futuro è una proiezione, di continuità della memoria del passato (talvolta a lungo termine), mediato dall’atto presente. Alcuni riferiscono di essersi resi conto che ci sono eventi che accadono simultaneamente, ed altri che si succedono uno dopo l’altro, sempre secondo le interpretazioni dell’Io-psyché che le produce nel qui ed ora. Quindi, anche nell’acquisito, non esistono molte specie di tempo, ma soltanto quella del presente, che un Io produce e che proietta nelle convenzioni intellettuali che denomina passato e futuro (nel sesto volume, in riferimento al tempo autopoietico, potremo renderci conto che anche il presente può essere letto con altre valutazioni. Quelle qui indicate rappresentano l’esperienza diretta che riferiscono la maggior parte dei ricercatori in formazione).
Approfondiamo.
Al momento, per quanto concerne l’acquisito, si dice che che la convenzione spazio-tempo sia nata in Egitto. Originariamente, il tempo era scandito dai cicli naturali, di  cui l’essere umano stesso era parte: osservavano e registravano la media del tempo tra i successivi ritorni del sole e della luna, che notavano essere infallibili. Allo stesso modo, osservavano le stagioni, che non potevano non essere adottate come riferimento. Da ciò, dedussero la possibile suddivisione dello spazio-tempo continuo in cicli. Questa visione del tempo era un modo di viverlo più esteso, rispetto alle ulteriori divisioni che modernamente ricaviamo attraverso l’orologio, che scandisce la successione degli eventi secondo la direttrice passato-futuro. Anticamente, essendo queste successioni estese, si intuiva l’invenzione convenzionale delladirettrice passato-presente-futuro, ma era relativizzata.
Tuttavia, il riferimento esteso non era del tutto funzionale alle applicazioni quotidiane, non rispondeva, per esempio, a quanto sarebbe durata una catasta di legno utilizzata per il fuoco: calcolarlo poteva essere utile anche per sviluppare la facoltà della precisione e della previsione, in riferimento allo spazio-tempo acquisito. Come strumenti per calcolare il tempo, utilizzavano oggetti trovati sul posto. Conficcando un bastone al terreno, misuravano quanto tempo avrebbe impiegato l’ombra proiettata a raggiungere un punto prefissato B., mettendo un sassolino sull’estremità dell’ombra, all’inizio della misurazione. Tuttavia, il riconoscimento di quanto quell’ombra avesse impiegato a spostarsi era una sensazione, una percezione interiore, scaturente dall’osservazione diretta e precedente quell’evento. In realtà, si affidavano all’imprinting memorizzato, in conseguenza di quell’osservazione del bastoncino e dell’ombra, svolta dallo stesso Io, che aveva ideato quel processo di misura. Notare che la direzione dell’ombra si modificava sempre in base a dove il sole si leva (levante) e a dove si pone (ponente) suggerì altre azioni, di cui tratteremo successivamente. In seguito, l’Io acquisito inventò altri sistemi di misura sempre più complessi, passando dalla clessidra agli orologi, fino a quelli atomici attuali. Inventando sistemi di misurazione sempre più sofisticati, l’Io acquisito si è sempre più allontanato dall’osservazione dei cicli naturali, estesi, contribuendo così a forme di disidentificazione dal processo naturale, ecologico.
A ben osservare, anche il processo naturale, per gli Io degli Egizi, era un mistero: chi era in grado di determinare quel movimento continuo degli astri, quale forma operativa? Ma, intuivano la presenza di altre funzioni che avevano il potere di generare quei cicli, che determinavano lo spazio-tempo, utilizzabile dall’Io-psyché. Queste forze grandiose sembravano includere ogni manifestazione sensibile, in quanto la generavano, intuivano la simultaneità in quell’estensione che chiamiamo linea dell’orizzonte. La visione estesa, ciclica, naturale del tempo induceva la convinzione che, pur trascorrendo, quella stagione tornava, indicando, così, una funzionalità che poteva essere riconosciuta come continuamente presente. Infatti, l’alba e il tramonto, ciò che non tradisce mai, ogni mattino e sera, puntuali, si ripresentavano. La continuità di presenza non suscitava riferimenti di passato e di futuro, ma piuttosto un evento perfettamente e continuamente funzionante, in quel modo. La loro vita era scandita da questa dilatazione spazio-temporale, anche se in essa erano presenti i germi di ciò che successivamente avremo denominato passato e futuro. Ne fruivano come strumento applicativo, funzionale, nella consapevolezza della continuità di esistenza, pressoché immortale, di quelle funzioni, che si erano ripetute per centinaia e centinaia di anni.
E’ la specializzazione funzionale, necessaria all’Io-psyché per alcune applicazioni quotidiane che, riducendo tali cicli e riportandoli a strumenti meccanici, ha indotto la concezione proiettiva di uno spazio-tempo che si muove dal passato verso il futuro, tanto che molti considerano ovvio tale assunto. Mi diceva un ricercatore: Il tempo inequivocabilmente scorre! Lo diceva in un modo perentorio, che secondo lui non poteva dare adito ad obiezioni, tanto era ovvio. E se un evento è accaduto non accadrà mai più, mi diceva ancora. Nel tempo ciclico, questo non poteva essere vero, infatti, quella stagione, di cui erano parte, non tradiva: sarebbe tornata in quel continuo presente ecosistemico.
Ecco una scissione significativa riferita ad una funzionalità quotidiana. Attualmente, il riferimento è l’orologio, il cronometro, e il tempo che misura effettivamentescorre, non ritorna. E’ vero, superate le ventiquattro ore ricomincia il giro delle lancette, ma questo non fa dedurre all’utilizzatore un’analogia con il tempo ciclico, di cui l’invenzione dell’orologio stesso è emanazione. Non è mai esistito, in natura, un flusso irreversibile del tempo, se non per interpretazione dell’Io acquisito. Pur essendo esso stesso un riconoscimento incompleto della funzionalità complessiva, il ciclo naturale, visibile, consentiva di mantenere l’Io-psyché a contatto con l'Universi-parte, con la natura. Oggi, invece, molti ricercatori mantengono il contatto soltanto con loro stessi e con la propria ridotta concezione dello spazio-tempo, tanto che arrivano a gestire la propria vita in funzione di esso. Incredibilmente, infatti, non mangiano quando hanno fame, ma ad ore convenzionalmente stabilite, tranne in casi eccezionali.
In realtà, anche l’idea di suddividere il tempo è un’assurdità, sia pure funzionale, proprio perché, pur corrispondendo a funzionalità cicliche naturali, ciò che chiamiamo tempo esprime altri processi autopoietici. L’estrapolazione del concetto di tempo tra due intervalli è una convenzione ideata dall’Io acquisito che, per altre funzionalità, ha suddiviso in minuti, in secondi e addirittura in sottomultipli di secondi. Ci siamo identificati in questo concetto, in questo stato coscienziale e abbiamo perso di vista la funzionalità naturale autopoietica, che esprime i principi attivi che edificano la natura, la coscienza, l’essere umano stesso (…).
Pur utilizzando in maniera funzionale lo spazio-tempo acquisito, lineare, i Maieuti tendono a vivere i riferimenti ciclici, naturali, con la percezione-intenzionalità che quel tempo è emanazione diretta del tempo autopoietico, da cui tutte queste convenzioni nascono. Se vissuto, possiamo far ricadere tutto ciò, consapevolmente, nell’azione bioetica quotidiana.
Se l’Io-psyché non lo pensa, non lo edifica; se non crea attenzione intorno a questo concetto, lo spazio-tempo smette di esistere. Questo sembra non accadere agli Io acquisiti di ricercatori identificati nello stato coscienziale, da loro stessi formato: il tempo realmente esistente è irreversibile, in quanto lo considerano autonomo rispetto all’Io che lo edifica. La prova ci viene dalla pratica delle Autopoiesi olosgrafiche, quando si raggiunge il livello autopoietico: ciò che si vive è che ogni concezione dello spazio-tempo, ciclica o lineare, va in remissione. Negli stati di coscienza raggiunti attraverso la pratica delle Autopoiesi, ci troviamo a vivere ciò che i sacerdoti egizi intendevano come funzione che aveva il potere di generare i cicli giornalieri stagionali: il Neter, quell’eterno ritorno.
Anche l’essere umano, come la durata di una candela, può essere un misuratore del tempo, ad esempio quando porta l’attenzione dal punto nascita al punto morte, in cui l’Io-psyché della prevalenza dei ricercatori è identificato. Molti si riconoscono inevitabilmente inseriti in quell’intervallo di tempo e sentono che, come una candela, il loro corpo si esaurirà. Ed ecco che si vede l’affanno, l’ansia di molti che tentano in tutti i modi di spostare più lontano possibile la fine della vita, lo spegnimento della candela, cercando di mantenersi giovani, di funzionare il più a lungo possibile. Si rileva l’esistenza dell’ostacolatore dipendenza dallo spazio-tempo acquisito, che esercita, per stato identificativo, forme di dominio e di orientamento che spesso ostacolano la Risalita al vissuto dei significati-significanti autopoietici dell’esistere, del tempo autopoietico. Tale identificazione nell’ostacolatore spazio-tempo lineare è paradossale, in quanto, quando entriamo in noi stessi, viviamo specifici e riconosciuti ritmi biologici, che seguonocicli funzionali Io-somatici (le mestruazioni, il ricambio cellulare ed altro) che, essendo parte integrante della natura, non coincidono con la convezione tempo lineare, dando, così, vita a spazi di somatizzazione di questa discrepanza, di questo pseudo equilibrio nevrotico tra due funzioni, scisse tra loro.
Seguendo l’ostacolatore spazio-tempo, ci accorgiamo che, pur facendo lifting, prendendo vitamine e usando creme anti-età, quelle rughe fatalmente si formano, verbalizzò una ricercatrice. E’ un processo che non governo, il tempo uccide (da verbalizzazione). Anche per questo motivo, a molti viene l’induzione di ricordare quando erano giovani, quando non c’era questo assillo del tempo. Ma, in gioventù, l’ostacolatore spazio-tempo fluiva esattamente come oggi, e alcuni si rendono conto che quello che si modifica è soltanto la proiezione applicata allo spazio-tempo acquisito in base alla quale collocavano il punto morte lontano, distante dallo stato identificativo di giovani, in cui credevano di trovarsi. In realtà, molti, anche da giovani, non vivevano la realtà autopoietica dello spazio-tempo, tranne in pochi momenti di estensione al tempo ciclico, quando hanno vissuto una bella esperienza (da verbalizzazione).
Sono gli stati coscienziali che produciamo, l’elemento che determina quanto degli eventi prodotti dagli Universi-parte, noi stessi, riconosciamo. La loro disposizione nello spazio-tempo dipende soltanto dallo stato di autoconsapevolezza dell’Io, che in quel momento li dispone. Anche se ci insegnano che la luce impiega un certo tempo per raggiungere un punto B da un punto A, noi riconosciamo che quella radiazione luminosa è presente e operante, è esistente nelle funzionalità dell'Universi-parte. Sapere questo dipende dalla formazione dell’Io-psyché a se stesso. Spesso, non riconosciamo le cose come stanno, per mancanza di formazione, ma poi scopriamo che in un Universi-parte transfinito, anche la ricerca è transfinita. Per questo, ogni volta che ci basiamo su dati sensoriali, ci stiamo costruendo una realtà ridotta a quel range percettivo, che sappiamo rigorosamente essere incompleto. In questo, riconosciamo uno degli elementi, una delle spinte a conoscere, a cui formare l’Io-psyché dei ricercatori.
Se siamo identificati nell’ostacolatore spazio-tempo lineare, è chiaro che estenderemo questa percezione, andando a leggere nello stesso modo eventi dell'Universi-parte, noi stessi, secondo la proiezione della loro successione.
L'Universi-parte diventa l’identificazione nell’ostacolatore spazio-tempo.
Entriamo di più.
L’osservazione empatonica di noi stessi ci rivela la continua produzione di funzionalità autopoietiche innate, che riconosciamo anche nella natura. In questa continua funzionalità autopoietica, lo spazio-tempo acquisito, coscienziale, lineare, non ha alcuna influenza, poiché quelle sono manifestazioni che stanno funzionando da sempre, come principi attivi autopoietici. Voglio comunicare che lo spazio-tempo lineare non ha una natura autopoietica, infatti, esso è una misura, una convenzione che viene applicata su un essere già preesistente, l'Universi-parte transfinito, e che ciò che applichiamo è una funzione dell’Io-psyché che, in quel modo, tenta di riconoscere componenti della propria scaturigine. Non ci sono eventi che accadono in successione, senza fine, ma una simultaneità funzionale autopoietica.
L’opera dell’acquisito è quella di tentare di comprendere, di esplorare eventi di sé che abbiano preso consapevolezza e che accadono simultaneamente, non scissi l’uno dall’altro. E’ questa visione autopoietica, che tenta di essere olospresente, che tentiamo di applicare, consapevoli che non può essere completa.
Da ciò, sappiamo che l’azione emessa da qualunque essere umano ha un suo significato-significante, che coinvolge l’intero, anche quando l’azione compiuta sembra essere nuova; ebbene, quell’atto è l’espressione ultima, visibile, che include tutte le funzionalità intelligenti degli Universi-parte. In realtà, l’azione non è preceduta ma, se riconosciuta, è espressione di simultaneità autopoietiche che includono passato-presente-futuro. Tutto ciò sembra essere contrario al senso comune, in quanto moltissimi leggono l’evento dall’identificazione nell’ostacolatore spazio-tempo e dall’identificazione nel solo significato-significante acquisito. La totale immersione nell’edificazione di un atto, applicando la visione autopoietica e le tecno-ontos-sophos-logie sigmasofiche, lo spazio-tempo viene posto in remissione e utilizzato come potenziale a sostegno. Tale remissione avviene in piena autoconsapevolezza. L’atto creativo non è realizzare una cosa nuova, ma farla emergere come qualche cosa che ha ingredienti preesistenti nell'Universi-parte e che noi confezioniamo in quel modo.
L'Universi-parte, noi stessi, preesiste allo stato attuale della propria autoconsapevolezza.
Lo stupore che ci dà la sensazione del nuovo nasce dal fatto che l’Io ha saputo esplorare regioni dell’inconscio acquisito e autopoietico, di cui prima non era consapevole, la cui consapevolezza, trasferita nell’azione, ci dà lo stupore per il nuovo, ma essendo regionicomunque preesistenti nell'Universi-parte, la discriminante, come al solito, è l’autoconsapevolezza. C’è però da specificare che intere regioni dell’inconscio autopoietico sono ancore inesplorate, è in questo senso che riconosciamo l’esistenza del
nuovo autopoietico,
come processo e parte integrante del tempo autopoietico.
Tutto il lavoro di formazione è fondato sul fatto che noi stessi, l'Universi-parte, esistiamo ed ogni funzione, ogni creazione espressa è potenzialmente fruibile dall’Io localistico tecnicamente in grado di farlo. In ciò, si riconosce un processo non legato ad uno spazio-tempo lineare, e quindi ostacolante, ma al tempo autopoietico, che sa produrre ogni spazio-tempo acquisito. Si tratta del grande patrimonio transfinito che è l'Universi-parte e che, per propria determinazione autopoietica, può riconoscersi nel flusso spazio-temporale, creato da ogni singolo Io-psyché.
Ogni azione può fruire dello spazio-tempo lineare, ciclico e autopoietico. Comunque, una volta creata, l’azione è parte dell'Universi e quindi anche del sensibile ma, soprattutto, è emanazione dell'Universi-parte transfiniti, del tempo autopoietico. Lo spazio-tempo lineare, acquisito, è un modo di tradurre l’esistente, di interpretarlo, di viverlo. L’orientamento della Sigmasofia al riguardo è quello di formare l’Io a vivere tutte le funzionalità e le espressioni, in modo che lo spazio-tempo acquisito non divenga un ostacolatore, ma una porta che ci consente di risalire e di vivere il tempo autopoietico, o simultaneità autopoietica.
Quale funzionalità Io-somatica è in grado di riconoscere lo spazio-tempo?
Esiste un organo deputato a farlo?
Sembra di no.
Tutti gli organi sensoriali percettivi, tutti gli stati coscienziali contribuiscono a sentire lo spazio-tempo. Per funzionare sensibilmente, l’organismo segue alcuni ritmi, di cui quello circadiano è una manifestazione. Ciò che denominiamo giorno e ciò che denominiamo notte scandiscono dei cambi di situazione che possiamo usare come misura del tempo, così come interiormente il battito cardiaco ci dà altri riferimenti e funzioni fisiologiche. Tutti questi processi naturali e interiori sono variazioni-contrasto che contribuiscono a darci la percezione, il vissuto del tempo. E’ quindi il funzionamento d’insieme, non un singolo organo, che ci dà la possibilità di sentire il tempo. Ciò vale per ogni processo sensoriale.
L’Io-psyché che indaga e risale se stessa è l’unica che può penetrare realmente i segreti della causalità autopoietica che genera ogni spazio-tempo. Lo spazio-tempo è immisurabile, perché si evidenzia dal campo MAC transfinito, non locale. Il misurare è una delle componenti acquisite dell’autocoscienza. Scoprire come nasce questa possibilità di misura, percependola nel momento in cui si forma, significa individuare una delle coazioni a ripetere, una delle routine in cui l’Io-psyché, per così dire, perpetua la sua esistenza. Si tratta di routine, di coazione a ripetere che non hanno altre verità che quella di essere identificate in una condizione di incompletezza, rispetto alla penetrazione reale dello spazio-tempo e dei suoi contenuti, spesso inconsci all’Io.
Le forme che muovono nella materia, così come quelle da cui nascono i sensi e l’autocoscienza (che hanno dei precisi collegamenti tra loro) hanno, come caratteristiche, oltre l’essere sovrasensibili, il silenzio-suono e la potenza autopoietica (…), come ci mostra il genoma autocoscienziale.
Poiché i principi attivi autopoietici sono sovrasensibili, leidentificazioni nel sensibile e nello spazio-tempo, di fatto (se non risalite), divengono il motivo per il quale tale autopoiesi, pre-spazio-tempo, diviene inafferrabile dall’autocoscienza acquisita, fino a spingerla ad affermare che non esiste. Fino a che l’Io-psyché percepirà il sensibile così come appare, e lo farà con i suoi strumenti scientifici di misura e dialettici, lo percepirà in maniera incompleta, lasciando intatto il segreto del sensibile, che è l’esistenza dei principi attivi autopoietici da cui si evidenzia. Quindi, ancora una volta, possiamo constatare che la percezione di questi principi attivi autopoietici, del genoma autocoscienziale, non può avvenire attraverso il pensiero razionale, la matematica, la fisica, la biologia (…), perché lo strumento fondamentale che queste discipline utilizzano è l’Io-psyché, che ancora non conosce interamente le propriecaratteristiche autopoietiche formatrici. Si determina, così, il fatto che senza questa indagine, quest’arte autopoietica, che può permettere all’Io-psyché di indagare se stessa, quelle discipline scientifiche, sensibili, sono, di fatto, l’impedimento allo svelamento dei segreti dello spazio-tempo, del sensibile. Questo stato di non consapevolezza di sé, che determina lo spazio-tempo misurabile, è il collasso da cui il processo convenzionale sensibile nasce. Nelle nostre esperienze vissute di Sigmasofia autopoietica, di Io-psyché che indaga e risale se stesso, uno dei processi che immediatamente scompare è il bisogno di misurare i riferimenti dello spazio e del tempo, per far posto alla percezione autopoietica del continuo presente o tempo autopoietico.
L’esperienza ci prova che tutto ciò che osserviamo, le apparenti molteplicità di cose, di situazioni, di fatti (…), non sono mai esistite separate da quella continuità transfinita, non misurabile, autopoietica, oltre lo spazio-tempo: un’esperienza penetrata, un momento unico, simultaneo, da riscoprire. E’ proprio l’incompletezza di percezione che ci fa credere all’esistenza di una molteplicità di eventi, separati gli uni dagli altri, ed è proprio perché la percezione proietta questa separazione che l’autocoscienza acquisita sente il bisogno di stabilire che tipo di relazione c’è tra un evento e l’altro. La consapevolezza autopoietica può permettere di percepire, nel punto, la dimensione olistica, transfinita. Queste esperienze di simultaneità autopoietica sono uno degli ingredienti verso la consapevolezza dell'Universi-parte.
Nei nostri allenamenti, già all’inizio, è possibile rendersi conto di come, paradossalmente, sia proprio l’identificazione nel sensibile ciò che ci farà dedurre l’esistenza del sovrasensibile e di come l’esistenza dello spazio-tempo, implicitamente, ammetta l’esistenza dei principi attivi autopoietici pre-spazio-tempo.
Talvolta, l’Io-psyché deduce, intuisce che la relazione, l’unione tra istanze della realtà sia determinata dall’autopoiesi, ma pensarlo, dedurlo non coincide con l’esperienza vissuta di quei principi attivi autopoietici. E’ necessario penetrare la forza che muove, non attraverso la misura, l’interpretazione matematica o riduzionistica, ma secondo endoscopia Io-somato-autopoietica, secondo l’esperienza penetrata di quel processo, attraverso l’uso di ipersensibilità. L’incapacità di realizzare questo costringe all’identificazione nell’interpretazione scientifica, matematica, riduzionista che, come detto, ha un suo preciso valore nel sensibile, ma non è collegata alle leggi che tendono alla completezza. Tuttavia, l’indagine del ridurre tutto a numero, a misura, è l’inizio della Risalita. Non rendere autopoietica la scienza significa rimanere nell’incompletezza (lo stesso vale per chi utilizza soltanto i principi attivi autopoietici, senza integrarli alle conquiste sensibili). I collegamenti scientifici tra le varie manifestazioni è il temporaneo e incompleto tentativo di ricollegamento di questa molteplicità proiettiva, non l'Universi-parte ritrovato.
Uno degli errori è che moltissimi ricercatori vivono come completa la scienza e i suoi strumenti: non fanno altro che ritardare l’appuntamento verso l’orientamento alla completezza. Se non è consapevole, secondo percezione vissuta, delle potenze moventi, l’Io-psyché non possiede, realmente, il movimento. L’essere umano sa che può muovere un arto, e lo fa, ma non è consapevole delle forze che gli permettono di realizzare quel gesto e che sono all’opera nel cervello, nel sistema nervoso e nei muscoli, pur mossi dai principi attivi autopoietici. Ha scoperto quali zone del sistema nervoso sono deputate al movimento, ma non gli elementi che costituiscono i principi attivi autopoietici sovrasensibili, non locali. Per molti, il proprio agire si riduce ad un’astratta relazione con questi principi attivi che agiscono sulle parti del corpo fisico, nel quale si identifica, e vengono costretti ad un’unitaria azione esteriore del corpo, ma questa azione non coincide con la reale forza movente, anche se è espressione visibile del movimento. Senza questa forza sovrasensibile, il corpo non funzionerebbe. Infatti, il nostro stato di inconsapevolezza vissuta di questa forza determina errati funzionamenti del corpo: le discrasie Io-somato-autopoietiche sono lì, a testimoniarcelo.
Le leggi riconoscibili nel sensibile non sono le leggi autentiche, complete, la formula unica del movimento autopoietico.
Dall’osservazione vissuta, si evince che ogni punto, ogni luogo delle transfinite distese interiori ed esterne dell'Universi-parte ha le stesse caratteristiche autopoietiche di qualunque altro punto. Ognuno di questi può essere esplorato dall’autocoscienza acquisita, dalla percezione. Per raggiungerli quei punti esternamente, l’essere umano deve spostarsi da un punto all’altro di ciò che chiamiamo spazio-tempo, utilizzando il movimento. I principi attivi autopoietici che permettono al corpo di spostarsi operano nel campo MAC, nell’archetipo c.a.. Internamente, per esplorare l’inconscio autopoietico, transfinito, si utilizza lo spostamento lucido dell’autocoscienza acquisita nei vari luoghi costituenti la coscienza: ciò che abbiamo denominato non località. Ma, andare da un punto all’altro, rispetto alla comprensione delle funzionalità autopoietiche dello spazio-tempo, non è molto significativo, in quanto ogni punto è autopoieticamente irradiato ed emergente dalla stessa forza movente, riconoscibile nell’Io-psyché. Spostarsi da un punto all’altro dello spazio esterno non è percorrerlo. L’esplorazione, anche esterna, dell'Universi-parte non avviene attraverso questo spostamento (mi riferisco alla comprensione autopoietica dello spazio-tempo acquisito, lineare).
Ricapitolando: essendo un punto autopoieticamente uguale all’altro, si può affermare che, rispetto alla penetrazione dei segreti dello spazio-tempo, non è necessario spostarsi, e farlo è ancora impenetrazione in riferimento alle potenze autopoietiche che in esso muovono. E’ come se ci trovassimo sempre nello stesso punto (rispetto agli ingredienti autopoietici non deteriorabili). Quello che cambia è la forma sensibile dello spazio (le montagne, il mare, ecc.), ma il processo autopoietico si evidenzia ovunque. C’è soltanto differente percezione e trasporto del corpo da un punto all’altro, ma nell’essenza, è Universi-parte. Le espressioni sensibili sono conseguenza di queste potenze autopoietiche che muovono in esse e che rendono lo spazio, per così dire, assimilabile in un solo punto. Specificando meglio, essendo l’autocoscienza acquisita che percepisce, parte integrante delle forze sovrasensibili, che muovono ovunque, è possibile affermare che, rispetto a questi significati-significanti, è come se non ci muovessimo, agendo, in ogni punto dello spazio, gli stessi principi attivi autopoietici.
Osservando la diversa espressione visibile dello spazio-tempo, ossia, ad esempio, il punto mare e il punto montagna, si ha la sensazione di spostarsi, perché c’è una percezione visiva differente, ma essi sono espressioni dello stesso campo MAC. In realtà, lo stato di incompletezza, come consapevolezza, delle forze che muovono sia nell’autocoscienza acquisita che nel sensibile, la rendono fissata ad una ripetitiva percezione dello spazio, non permettendo fondamentali prese di consapevolezze, per il raggiungimento dello stato coscienziale Sigmasofia.
Interiormente, spostare l’Io-psyché da uno stato coscienziale all’altro, da uno stato d’odio ad uno stato d’amore (…), ci fa dedurre l’esistenza di un movimento, ma anche in questo caso, ciò che percepiamo è la parte visibile, terminale del processo, e non la percezione dei principi attivi autopoietici, da cui lo stato coscienziale d’amore o d’odio nascono.
Se osserviamo bene ciò che chiamiamo punto dello spazio-tempo (indipendentemente dalle opere architettoniche che l’Io-psyché ci ha costruito sopra), potremmo accorgerci che è sempre l’espressione ultima delle potenze che muovono nel campo transfinito sub-quantico dell’atomo, le quali rendono indistinguibile, essenzialmente, un punto dall’altro. La via per colmare questa incompletezza è penetrare l’atomo, ossia vivere la coscienza dell’atomo, di ciò che in esso muove, lo crea e lo irradia. Questo darà specifici orientamenti, per il superamento vissuto dello stato identificativo nello spazio-tempo.
Anche quando ci si riferisce alla tridimensionalità, si scopre che la larghezza, l’altezza e la profondità sono sempre un’operazione dell’autocoscienza acquisita, della percezione, dell’esigenza convenzionale, che ha dei suoi precisi motivi e necessità (sensibili), ma ribadisco che sono anche la porta d’ingresso all’autopoiesi che permette la loro nascita, ciò che ci dà la comprensione della tridimensionalità dello spazio-tempo. Percependo un oggetto, ci accorgeremo che vedremo la sua forma materiale e, al confine di quella forma, per contrasto, lo spazio, l’aria che lo circonda: è proprio il riconoscere questa differente manifestazione dello spazio-tempo, della materia, che ci fa riconoscere quell’oggetto. Ma, è anche proprio da questa capacità di percezione sensibile che si può risalire alla comprensione dei segreti dello spazio-tempo.
Il percepire è già identificazione nel percepito: ciò che è necessario fare è osservare interiormente, mentre la capacità di percepire si forma, osservare ciò che permette alla funzione del percepire una qualunque percezione di un qualunque oggetto del sensibile. L’impossibilità di penetrare realmente la cosiddetta materia consiste nel fatto che non si è capito che la percezione, lo stato dell’Io-psyché e i sensi sono uno degli ingredienti dell’ente osservato: non c’è spazio-tempo tra soggetto e oggetto.
Chi percepisce soltanto la componente sensibile scambia per realtà l’incompletezza. Una delle discrasie dell’Io acquisito è quella di non conoscere il processo di riduzione della funzione campo MAC, che ogni volta attua, perciò non esiste per lui percezione che sia tendente al completo. Ma, ricordiamo che, senza questo processo di riduzione, non ci sarebbe percezione. Da questo dato, si inizia il processo del potenziamento del percepire: il percepire la percezione.


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Nome utenteJoon
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