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LA REMISSIONE DEFINITIVA DELL'IPOTESI DIO

Sezione: Religioni e spiritualita' Tradizioni ed esoterismo » Articoli
Data: 09/02/2015
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Autore: Nello Mangiameli
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LA REMISSIONE DEFINITIVA DELL’IPOTESI DIO  

L’Io-psychè di molti esseri umani ha creato il termine Dio, attribuendogli il significato-significante di essere una non meglio specificata entità, veicolante facoltà superiori che esprimono potenza extra-ordinaria e altro.

In seguito alle mie ricerche, sono giunto alla conclusione di 

porre in remissione la proiezione, secondo cui tale entità 

  possa esistere, realmente, come processo naturale innato.  
Infatti, quando l’Io-psychè di esseri umani, di teologi, di spiritualisti, di religiosi, di fedeli (…), indica l’esistenza di Dio e della sua trascendenza, attribuendogli facoltà superiori, quali l’onniscienza, l’onnipotenza, l’onnipresenza (e altro), di fatto, sta semplicemente utilizzando una proiezione del proprio Io-psyché. Se disponessero delle caratteristiche, delle facoltà, che attribuiscono all’ipotesi Dio, semplicemente le agirebbero, le vivrebbero e saprebbero farlo, in modo verificabile, ripetibile. Allo stato della ricerca, non c’è evidenza di tali facoltà: non riuscendo a spiegare la causalità della manifestazione sensibile e sovrasensibile dell’esistente, l’essere umano ha ipotizzato e proiettato l’esistenza di un ente creatore, denominandolo, convenzionalmente, appunto, Dio. 

Le rappresentazioni dell’entità Dio sono molteplici e sono oggetto della riflessione di numerosissimi che si definiscono metafisici, filosofi, teologi, spiritualisti, religiosi, appartenenti a diverse culture religiose, scienziati, cittadini e altro. Le denominazioni sono molteplici: YHWH, Dieu, Dios, Deus, Divus, Deiwos, Zeus, Deva, God, Gott, Gud e, tra i tanti aggettivi che gli hanno abbinato, troviamo, luminoso, splendente, brillante, accecante, ma anche invocato, potenza (…). Interessante è il termine Elyon che significa alto, più alto, o ʾEl Roʾi che significa dio che mi vede o Adonai che significa, Signore. Per i musulmani, il nome di Dio è Allah ad indicare il Dio Uno e Unico o anche il misericordioso, attribuendogli, anche in questo caso, che sia il Creatore dei cieli e della Terra, ed eterno, onnipotente, onnipresente, onnisciente, con l’aggiunta di, benevolo con le Sue creature, e così via. Si tratta di una semplice operazione neo-corticale, di pensiero, di immaginazione, di concettualizzazione fantasiosa. Infatti, l’Io-psychè di quegli esseri umani non può riconoscerlo nel sensorio-percettivo (altrimenti tutti lo vedrebbero direttamente) e non può dire che Dio è il sensorio-percettivo stesso, perché si tratterebbe di ente, riconoscibile da tutti, veicolante facoltà ordinarie che, in ogni caso, non spiegherebbero la causalità della manifestazione sensibile, dell’esistente. Quindi, avendogli attribuito poteri extra ordinari, tale dio non può far altro che manifestarsi attraverso miracoli e rivelazioni. Anche in questo caso, si tratta di interpretazioni proiettive dell’Io-psyché, ossia di significati-significanti straordinari attribuiti ad eventi che, di fatto e quando veri, risultano inspiegabili. Intorno a questi pensieri e significati-significanti, localistici, proposti proiettivamente, l’Io-psychè di quegli esseri umani ha progettato e costruito chiese, santuari, moschee, ashram, Templi (…), dove si reca per andare a pregare, ad evocare e invocare i suoi stessi pensieri proiettivi.
Si tratta, probabilmente, della più grande azione narcisistica, su scala mondiale, mai realizzata dall’Io-psychè dell’essere umano:   

orna, edifica, prega (…) il suo stesso Io-psyché, il suo stesso pensiero.  

Si tratta di un’azione narcisistica, perché proietta, appunto, onnipotenza, onniscienza (…), ossia quello che, in realtà, è la propria impotenza e ignoranza sulla comprensione vissuta dei significati e della scaturigine dell’Universi, di cui è parte. La ripetizione millenaria di tale ipotesi-proiettiva, estesa, ha evidenziato forme d’integralismo che, in moltissimi casi, è stata affermata, anche attraverso azioni violente, uccisioni, stragi (…). Taluni riferiscono che i dieci comandamenti siano la conseguenza della rivelazione divina, ma quando andiamo a leggerli, a studiarli, a verificarli, li scopriamo come elementi prodotti dall’Io-psychè acquisito dell’essere umano, il quale, tra l’altro, non riesce nemmeno a rispettarli. Basti pensare al comandamento non uccidere e si scopre che non trova molte assunzioni nel comportamento dell’essere umano attuale e di sempre! Voglio comunicare che non si tratta di dare o no l’indicazione di non uccidere, quanto di formare, attraverso il vissuto diretto, l’Io-psychè alla causalità da cui gli nasce l’azione che lo spinge ad uccidere, per transmutarla. Tale incompletezza sul piano della consapevolezza va in remissione, quando si raggiunge il vissuto di essere Universi-parte transfinito, se stessi: lo stato che non ha necessità di creare l’ipotesi di Dio e di proiettarla

Nella Cosmologia ebraica, si afferma l’esistenza dell’Ein Sof che significa senza fine, ciò che si mostra mai finito. Allo stato della ricerca scientifico-filosofica, ciò che, probabilmente, è senza fine è, appunto, l’Universi di cui siamo parte, indicato prima (o pensate che ci sia un confine dell’Universo?). Le sonde, le navicelle spaziali, i potenti telescopi non riscontrano confini. Anche interiormente, le distese interiori del campo coscienziale si mostrano come mai finite. Tutti gli stati estesi di coscienza, finora vissuti e/o testimoniati, ce lo dimostrano, inequivocabilmente. Alla luce di quanto esposto, non si riscontra la necessità della produzione dell’ipotesi, denominata Dio (processo meramente mentale, cerebrale, intellettuale, che ha la valenza di un qualunque altro pensiero o concetto esprimibile). Il pensiero, i termini, le parole sono, sostanzialmente, simboli, ossia qualcosa che sta al posto di qualcos’altro: la parola mare, le lettere m-a-r-e stanno al posto di quell’enorme massa d’acqua che è appunto il mare

l’enorme massa d’acqua è il reale;  

la parola mare, il termine che lo simbolizza. 

Lo stesso vale per la parola Dio, D- i- o, ma, in questo caso, la parola sta al posto, simbolizza, l’ipotesi dell’esistenza di un essere, con caratteristiche speciali che ha avuto la capacità di creare la manifestazione sensibile, quindi  

parole che stanno al posto di altre, di altri simboli  

e che, quindi, a differenza del mare, non hanno riscontro. Si tratta di stati di coscienza soggettivi, localistici. Il punto è che, a tali parole, sono stati attribuiti senso e significato, non verificabili. Di conseguenza, per sostenere quell’ipotesi proiettiva si sono inventate altre parole: dogma e fede.  

Dogma, dal greco dògma, che significa anche principio religioso, da considerarsi e credere vero, non soggetto a discussione critica

Fede, avere fede, aderire incondizionatamente alla stessa proiezione del pensiero, ad un’ipotesi senza riscontri, verifica, discussione o critica.  

È veramente incompleto proporre, vivere la condizione, gli stati psicosomatici, appena indicati, quando si ha a disposizione la possibilità interiore-esterna di esplorare e consapevolizzare l’Universi-parte, sensibile e sovrasensibile, conscio e inconscio, localistico e non localistico, transfinito che, nei fatti, ha un riscontro consistente, molto più esteso e verificabile dell’ipotesi proiettiva, dogmatica, fideistica Dio. Ancor più incompleto è uccidersi o uccidere, facendolo in suo nome o in nome di suoi interpreti che denominano profeti, veggenti, maestri, illuminati, e similia. Se riusciranno a porre in remissione tale proiezione e incompletezza collettiva, le generazioni future ci individueranno come appartenenti a un periodo storico, impregnato di oscurantismo: dal latino obscurans, ossia la  

sistematica e pregiudiziale opposizione al progresso degli  

stati di autoconsapevolezza dell’Universi-parte, se stessi. 

Molti Io-psychè hanno elaborato il concetto di produrre fede, verso l’ipotesi Dio. In tal caso, può essere intesa e definibile come  

adesione a quell’ipotesi di esistenza invisibile 

(non misurabile neanche da strumenti tecnologici) 

e che, malgrado essa sia tale, assumerla, comunque, come vera. 

Nel caso della fede in Dio, è come ritenere possibile ciò che l’Io-psychè stesso, ancora non conosce: se lo conoscesse, descriverebbe quel processo, quell’ente e non avrebbe bisogno di elaborare il concetto, il pensiero di fede.  

La scienza produce consapevolezza della propria efficacia, dal fatto che sa creare e produrre tecnologia, in modo ripetibile, come il computer o altro. Gli studi scientifici si concretizzano in tecnologia, dopo sperimentazioni ripetibili, realizzabili in ogni laboratorio che voglia farlo, applicandoli.   

La fede, spesso, viene applicata a religioni cosiddette rivelate, che sono la comunicazione di contenuti, utilizzati dal presunto Dio, per farsi conoscere e per indurre i fedeli a manifestare la sua volontà

 Non tutti gli esseri umani, di fatto, ad oggi, hanno ricevuto tale presunta rivelazione. Questa sembra essere ricevuta soltanto da esseri umani, denominati profeti o veggenti, scelti non si sa con quale criterio. Quindi, tale Dio, che è un pensiero, un concetto, un’ipotesi dell’Io-psychè, farebbe delle rivelazioni al profeta (termine che deriva dal latino prophèta, a sua volta, composto dal prefisso pro che significa davanti ma anche al posto di e dal verbo femì che significa parlare). Ciò si potrebbe, quindi, interpretare come,  

Dio (pensiero) che parla a colui, che parla al posto suo:   

in sostanza, un pensiero che parla al posto di un altro pensiero.  

Profeta significa anche parlare prima di quello che sarà il futuro. Si conoscono le rivelazioni avute dal profeta, in quanto è egli stesso ad affermare di aver avuto una visione, di aver sentito qualche cosa, proveniente da un ente che lui stesso denomina Dio, e che lo ha ispirato. Di nuovo, è all’opera lo stesso meccanismo psichico che ha proiettato l’esistenza di Dio. Quello che sembra evidenziarsi è che l’Io-psychè vorrebbe tanto conoscere chi lo ha creato o come abbia potuto formarsi la manifestazione sensibile e i suoi abitanti, di cui si sente parte. Rendendosi conto di non essere capace di spiegarselo, ecco che inventa e ipotizza l’esistenza di un essere straordinario, con facoltà enormi e, quindi, sicuramente in grado di farlo, e con il dono dell’invisibilità: infatti, sembra intuire il cosmo come esteso, grandioso e, in gran parte, non visibile direttamente come almeno, in gran parte, deve esserlo tale dio. In ogni caso, in ciò che vede, non riconosce l’ente che ha creato o che sta creando l’Universo, quindi, di conseguenza, anche per questo motivo, quell’essere è per forza invisibile. Tale considerazione è applicabile allo stesso modo ai processi della propria interiorità, della propria coscienza, di cui non si spiega la funzionalità (le caratteristiche fisiologico-funzionali del cervello, l’inconscio collettivo, per citarne due). È un’ipotesi, creata dal bisogno di conoscere come stanno le cose: chi è, da dove viene, chi lo ha creato, dove è diretto (…). Non disponendo di risposte riconosciute come adeguate, sente di inventarne una, semplicistica e banale: intuisco quello che vedo enorme, esteso, quindi, sicuramente, esiste qualcuno, un processo, particolarmente potente e capace di crearlo: come potrei, quindi, non adorare, non creare una re-ligo (religione), una ri-unione con esso?  

È interessante partecipare-osservare che tali profeti riferiscono come avverrebbe la rivelazione:   

·         sentivo una voce interiore: chiudendo gli occhi, ho avuto una visione, ma anche con gli occhi aperti ho avuto una visione sovrapposta alla realtà percepita sensorialmente. 

·         nella sua apocalisse (che significa appunto, rivelazione), Giovanni dice di essere andato in cielo, in paradiso e nell’inferno, attraverso una modalità cosiddetta spirituale (corpo al terreno e coscienza liberata, oltre il corpo).   

Ci troviamo, quindi, di fronte a singoli esseri umani che riferiscono di aver vissuto la rivelazione. Si tratta (quando, vere) di testimonianze che hanno valore soltanto localistico e, se significative, lo sono per l’Io-psychè che le ha create e, al massimo, per chi ci crede e vuole produrre fede in esse. In ogni caso, tali testimonianze non sono in grado di indicare come la creazione sia avvenuta: si citano generici suoni, soffi creatori, (…) ossia ancora parole, che non spiegano come il processo si sia concretamente svolto. Se il profeta fosse a conoscenza di tali facoltà, le indicherebbe esattamente come uno scienziato spiega come si costruisce il computer: sarebbe ripetibile per ogni fedele, così come tutti i laboratori scientifici possono creare un computer, seguendo quella stessa tecnologia. Ci si trova soltanto di fronte a parole create dall’Io-psychè che lo stesso Io-psychè iper-valorizza, senza alcuna possibilità di riscontro. Inoltre, tali processi noetici sono producibili e vedibili soltanto dal Profeta-veggente. Ma, ripeto, in ogni caso si tratterebbe di atti coscienziali localistici. L’Io-psychè di altri esseri umani, spesso li riconosce e li convalida, in quanto proiettano il credo che quei profeti-veggenti hanno raggiunto quanto da loro stessi auspicato, desiderato: si tratta della proiettiva realizzazione di quanto non riescono a vivere, in quanto non hanno la competenza di valutare l’attendibilità o meno del profeta-veggente. In ogni caso, anche il Profeta-veggente si trova, allo stato dei fatti, nello stesso stato di impotenza e di impenetrazione del fedele, del devoto, del credente: l’unica differenza è che egli stesso ha affermato, con forza, il proprio, presunto, raggiungimento vissuto che, ripeto, se fosse reale, si sarebbe tradotto in indicazioni pratiche, concrete, sulle modalità utilizzate, per realizzare la creazione. Frasi come: In principio Dio creò il cielo e la terra (…) sono mere parole che non spiegano la technè, utilizzata dal presunto Dio, per creare la manifestazione sensibile. Tali parole non veicolano altri significati-significanti, se non quelli che, proiettivamente, hanno pensato di attribuire loro. Tali pensieri, in alcuni casi, sono stati riversati in libri, per questi motivi, considerati sacri: la frase, di cui sopra, si trova all’inizio della Bibbia, altre nel Corano, e così via (…). Si tratta di parole che sono il riferimento, considerato sacro, di religioni rivelate che, ripeto, come innesco, di partenza, semplicemente, evidenziano, 

l’impotenza conoscitiva dell’Io-psychè dell’essere umano,   

scambiata per conoscenza e fatta divenire religione rivelata   

Non siamo vedenti con il linguaggio, che è semplicemente un simbolo, anche se lo consideriamo sacro. Per farmi comprendere meglio, faccio un esempio: parlare del concepimento di un essere umano non è lo stesso che concepirlo realmente; affermare che in principio Dio creò il cielo e la terra (Bibbia), non spiega come la creazione sia avvenuta. Si tratta di semplici parole, pronunciabili da chiunque, di iper-valorizzazione di presunti Profeti-veggenti da parte di chi riconosce in loro particolari facoltà, peraltro non dimostrate, non provate, riempiendole di presunti contenuti, di significati-significanti, immaginati, fantasiosi, proiettivi, anche molto elaborati, misteriosofici, allusivi (…). È il tentativo di spiegare ciò che in realtà non si riconosce di non saper spiegare, per cui ci si nasconde dietro la fede: è il segnale, il sintomo che l’Io-psychè non si è adeguatamente formato a se stesso, attraverso il vissuto diretto. Non si può nemmeno riconoscere la buona fede a chi ha creato una simile proiezione manipolativa, perché, di fatto, è consapevole di non disporre della conoscenza, della technè della creazione. Tale linguaggio, spacciato per sacro, è una forma di ignoranza, ripetuta per millenni, attraverso cui sono stati ampliati e ornati enti, collocati nell’invisibile: teoria sostenuta da migliaia di libri, che, in virtù dell’assunzione del dogma-fede, nessuno, per altro, avrebbe potuto smentire: in tal caso, si sarebbe, infatti, risposto con l’affermazione che soltanto la fede nel dogma avrebbe consentito al dubbioso, al critico, prima o poi, di comprendere. I concetti di fede, di religione, di Dio (…) sono stati talmente ripetuti, detti, educati e scritti che sono entrati nell’inconscio collettivo e personale: tali concetti, infatti, sono spesso riferiti anche da esseri umani normali (che non si considerano neo-profeti), ma la sostanza del discorso non cambia.  

 Riflettiamo.

Un’entità angelica di un roveto ardente (testuale) rivelò a Mosé i primi cinque libri della Bibbia (–Pentateuco-). Taluni Io-psychè pensarono che cinque fossero pochi e riconobbero, così, altri profeti, creando il canone della Bibbia (antico testamento). Non voglio togliere nulla alle capacità di scrittura, di visione, di fantasia, di capacità filosofico-letterarie (…) ma, mi chiedo, che cosa c’entri tutto questo con l’avvalorare l’ipotesi Dio, e similia. Accortisi che tali verità rivelate sarebbero potute essere considerate irricevibili, inaccettabili dalla consapevolezza raggiunta dall’Io-psychè, elaborarono qualche cosa di straordinario: quei testi sacri non andrebbero compresi, per quanto in essi scritto perché veicolano un significato simbolico, ermetico, misteriosofico, esoterico (…) e talvolta si esprimono per parabole, evidenziando l’esistenza di significati-significanti nascosti all’interno di quella che ormai abbiamo riconosciuto come inconsapevolezza, fantasia, proiezione:   

un vero e proprio capolavoro di manipolazione!  

Ci lasciano anche intendere che gli esegeti di quei testi sarebbero i tecnici della spiritualità (monaci, sacerdoti…), in quanto senza la loro spiegazione, sarebbero testi sacri che potrebbero risultare non comprensibili. Si tratta di mascheramenti dello stato di inconsapevolezza originario, successivo e attuale su che cosa è accaduto, al momento della creazione. Attualmente, la scienza, la filosofia, le religioni dichiarano di non disporre di tale conoscenza: soltanto le Religioni si assumono le presunte spiegazioni, di cui sto trattando.  

Ad oggi, abbiamo vissuto centinaia e centinaia di esperienze del sovrasensibile e, ogni volta, non abbiamo mai incontrato insuperabili difficoltà nel descriverle, anche quando siamo stati costretti a coniare nuovi termini, nuove parole per descriverle (linguaggio autopoietico, ∑igma-logic). Tuttavia, tali esperienze coscienziali e scientifiche non ci hanno rivelato, né direttamente, né indirettamente, la necessità dell’ipotesi Dio, bensì hanno evidenziato e confermato  

l’esistenza

nel campo coscienziale olistico-autopoietico-Io-psyché innato   

della pulsione olistico-autopoietica a vivere, a conoscere.   

Pur partendo da stati d’inconsapevolezza profondi, in taluni casi, Dio e le religioni hanno comunque svolto un ruolo significativo, praticamente in tutte le società del mondo: molti esseri umani dichiarano, infatti, che entrambi hanno una funzione fondamentale nell’esistenza ed anche nel post-mortem.   

Dio e la religione sono, di fatto, coinvolti in modo significativo nella spiegazione di fenomeni e di dinamiche sociali, quali l’ingerenza delle cosiddette autorità religiose nelle scelte culturali e politiche di un Paese: con forme di aggregazione, di volontariato, di mutua assistenza, di opere missionarie o di istruzione (…), anche molto significative; all’opposto, con guerre religiose, culturali, da cui è nata l’Inquisizione, il fondamentalismo religioso pluri-omicida in nome di Dio (alcuni islamici, oggi, di fatto assumono di uccidere in nome di Allah –Dio- allo stesso modo in cui lo fece l’inquisizione cattolica), o in altro. In ogni caso, tutto questo sfociare in qualche cosa deriva, da stati di inconsapevolezza di formazione vissuta a se stessi, l’Universi-parte 

  La devozione  

Alla luce di quanto illustrato, è veramente incompleto sentire testimoniare di amore trascendente provato verso l’ipotesi Dio: è di nuovo una forma di esasperazione del narcisismo e dell’ignoranza, elevata addirittura a trascendente e denominata    

devozione 

 

(un parente stretto della fede).  

Il termine devozione deriva dal latino devotio che significa fare un voto che, in sintesi, nella Tradizione antica significa

donare la propria vita per la propria causa.  

Attualmente, tranne in taluni casi, il concetto di devozione non mantiene la stessa caratteristica di, sacrificio estremo, spostandola come, sacrificio verso la vita religiosa e i suoi interpreti: santi, Maria Vergine, libri devozionali, lo stesso Dio. Il devoto, ossia l’Io-psychè che sceglie quella modalità, dedica un periodo del proprio tempo alla pratica prevista dalla propria religione: preghiera, meditazione, studio delle esegesi attribuite all’ipotesi proiettiva Dio e ai suoi derivati.   

In alcune Tradizioni, la devozione è collegata a presunte liberazioni (Moksha), la chiamano Bhakti, tanto da creare una disciplina denominata, appunto, Bhakti Yoga, ossia la Via dell’unione a Dio.   

L’inconscio collettivo presente alla radice dell’Io-psychè ha introiettato e fissato l’ipotesi proiettiva Dio. Ciò determina forme di falsa consapevolezza dell’Io-psychè, che si condiziona a convincersi della reale esistenza di Dio, per cui, di conseguenza, molti si occupano di religione, di spiritualità, di fede, di devozione, che non sentono di dover indagare e di dover verificare. Nei millenni, l’Io-psychè ha investito la propria devozione su diverse presunte divinità, spesso riconosciute come esterne, il che ha contribuito a ridurre maggiormente l’attenzione su se stesso e sulle proprie estensioni non localistiche.   

È alienazione da se stessi, dal diritto-dovere innato di sperimentare, di consapevolizzare la vita, l’esistenza direttamente traendone in-formazioni.  

Il farlo attraverso altri, gli insegnamenti di altri, significa affidarsi a consapevolezze (se sono tali), appunto, di altri e, quindi, alienarsi dalle proprie: non si riesce proprio a capire perché non si riconosca pari dignità al proprio Io!  

Molti chiedono se la Sigmasofia sia una forma innovativa di ateismo.   

Entriamo nel merito.  

Ateismo deriva dal greco a-theos, formato da a, alfa privativo e significa senza e theos che significa dio, letteralmente, senza dio. L’esperienza diretta mi fa riconoscere di non produrre concetti né in favore del teismo, né in favore dell’a-teismo, che sono semplici proiezioni compensatorie.   

Dopo un duro lavoro formativo ho posto in remissione, definitiva, ogni forma di credo, fede, dogma (…) in favore dell’assunzione dell’auto-maieutica che si estende fino alle estensioni non localistiche dell’Io-psychè, per creare la  

Costruzione della propria teoria conseguente il vissuto, simmetrica,   

mantenendo, in ogni caso,  

la certezza che si tratta di consapevolezza incompleta:   

 l’Universi-parte, noi stessi è transfinito.   

Ciò che ho riconosciuto è l’esistenza della   

pulsione olistico-autopoietica a vivere a conoscere,  

operante all’essenza dell’Io-psyché. 
Allo stato della ricerca, la scienza, la filosofia e la coscienza hanno saputo raggiungere elevate vette di consapevolezza, ovviamente ancora da espandere.   

Le esperienze vissute proposte dalla Sigmasofia e, ovviamente, anche da altri centri di ricerca sulla coscienza, ad oggi, hanno saputo raggiungere il sovrasensibile, il non visibile, il non localistico. Anche la scienza ha saputo fare altrettanto, utilizzando appunto il metodo e la tecnologia scientifica. Per questi motivi, l’olosdirezionalità che propongo è quella di   

integrare lo strumento scientifico a quello coscienziale,   

la cui unione evidenzierà la proprietà emergente, individuabile come un    

ampliamento dell’autoconsapevolezza dell’Universi-parte,  

senza proiettare ipotesi come quella di Dio.   

Non si tratta nemmeno di riconoscersi in forme di apateismo, ossia di 


considerare irrilevante o priva di significato qualsiasi discussione   

sull’esistenza o meno di Dio.  

È importante assumere di essere sperimentatori diretti e di penetrare, per consapevolizzarla, l’esperienza che si pratica, per far nascere la costruzione della propria teoria sempre espandibile e conseguente al vissuto  

Non si segue nemmeno l’agnosticismo, infatti non mi astengo dall’esprimere il mio parere sull’esistenza o meno di Dio partendo dalle considerazioni che esso sia inconoscibile o addirittura di non aver certezza sulla sua esistenza.  

La ricerca Sigmasofica è andata oltre.  

Nella Tradizione l’Ein sof (indicato prima), riconosciuto come transfinitezza dell’Universi-parte, non evidenzia la sua inconoscibilità essenziale (da taluni, sempre proiettivamente, attribuita a Dio che, in questo senso, essendo un semplice pensiero proiettivo è rigorosamente il più riconoscibile!), bensì evidenzia la possibilità di far riconoscere l’Io-psychè dell’essere umano quale   

ricercatore in formazione continua a se stesso all’Universi transfinito di cui è parte integrante e inscindibile e, quindi, di consapevolizzarlo in modo mai finito.  

In questo, l’entusiasmo di intuire che, molto probabilmente, non assisteremo alla    

fine della scienza, 

fine della filosofia,   

fine della conoscenza  

(per aver consapevolizzato e spiegato tutto).  

Si tratta dell’intuizione che, ad oggi, nessuno, intellettualmente onesto, può smentire, coincide con una delle pulsioni inesauribile a vivere, e che in Sigmasofia sintetizzo come:   

la danza olistico-autopoietica dell’Universi-parte  

che riconosce, vive e consapevolizza se stesso, transfinitamente 

 

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