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BRICIOLE ED ALTRO

Sezione: Sigmasofia Ecologica » Articoli
Data: 11/11/2014
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Autore: Elena Liberati
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Sono trascorse solo due ore dal ritorno di una giornata dedicata al torrentismo coscienziale.
Il torrentismo coscienziale autopoietico, proposto dal Sigmasophy Institute, non solo lo si pratica sotto forma di sport, ma come mezzo attraverso il quale dietro un linguaggio simbolico, si ha l’opportunità di prendere consapevolezza delle proprie azioni, responsabilità, lavorando sulla propria coscienza.
Nel corso della mattinata l’istruttore del gruppo, Nello, ha dato ad ogni partecipante un “compito”, scrivere un articolo con cui poter lavorare interiormente.
Ora dunque, sto scrivendo le mie emozioni come testimonianza di processi che si innescano nella mente.
La mia prima uscita in forra risale al 12 luglio 2003, agli inizi del mio percorso formativo.
Ho vissuto questa prima volta molto serenamente, il luogo mi era del tutto nuovo, così la compagnia, le attrezzature, le tecniche di discesa, nuova, fu anche una situazione scatenatasi nel mio ambiente familiare. Si parla di sport ed i suoi benefici, di ricerche interiori che vanno sempre più scemando come note dolenti della vita e poi, il momento in cui si inizia ad intraprendere un percorso di conoscenza interiore ed esteriore che si differenzia dagli interessi del “branco”, si è giudicati, contrastati, inquisiti.
A seguito della mia decisione di partecipare alla giornata dedicata al torrentismo coscienziale, i miei genitori assunsero nei miei confronti un atteggiamento iperprotettivo; secondo loro, questa figlia avrebbe deciso di “schiantarsi” sulla roccia per malinconia, voglia del brivido.
Da tempo, ero in analisi da una psicologa da me descritta “molto particolare” la quale, per la mia famiglia, mi avrebbe indotto ad aperture interiori contrastanti il loro pensiero, il loro volere.
Questa mia esperienza è stata giudicata il risultato della mia pazzia, termine a me esplicitamente verbalizzato.
In questa occasione ho avuto modo di sentire completamente schierato dalla mia parte mio marito, Fausto, il quale ha trascorso questa giornata con la nostra bambina, Sofia, senza aver rilasciato commenti inopportuni e sostenendo il mio diritto di poter e dover decidere le mie azioni.
Così ho iniziato questo percorso di conoscenza di me, anche attraverso il torrentismo coscienziale autopoietico.
Ho provato che cosa vuol dire camminare nei percorsi con poca e molta acqua, riportando questa situazione nella mia interiorità. Cosa determina in me uno stato di secca o di piena? Come badare alla piena affinché non straripi con forza violenta tanto da arrecare poi conseguenze da me incontrollabili nell’ambiente in cui vivo? Come evitare che la secca mi arrechi uno stato di chiusura verso il mondo, la vita?
Nella seconda uscita, si era immersi, circondati da enormi massi, rocce gigantesche che sembravano imprigionarmi: non riuscivo a vedere il cielo, se non alzando completamente la testa e il verde, così lontano, su, su in alto sopra le rocce. Il percorso era caratterizzato da profondi solchi e laghetti.
Si giungeva da un laghetto all’altro calandosi con la corda, saltando, il tutto sotto forti getti d’acqua e, quel muschio formatosi sulla roccia con l’acqua era un guaio! Percepivo intorno a me un’atmosfera cupa, sentivo tremendamente freddo e la mia anima triste.
Cosa mi rendeva ogni passo incerto, ogni attesa così noiosa? Perché sentivo mancare il respiro?
L’acqua che scendeva la sentivo sbattere sul corpo violentemente, una minaccia per i miei polmoni.
Non mi ero calata nel divertimento, ero distratta dalle mie proiezioni, stavo rivivendo sensazioni provate nel passato verbalizzate a Nello pochi giorni prima, che stavo ancora elaborando.
Nel gruppo stavo proiettando la mia famiglia, Nello, stava rappresentando il capo al quale non mostrare la difficoltà.
Camminavo con lo sguardo verso il basso, ma nella mente avevo impressa l’immagine del gruppo vista dall’alto, immerso nei solchi dai quali sgorgava l’acqua.
L’insieme dei massi formavano un unico corpo, i corsi d’acqua le arterie di quel corpo, la testa la cima più alta delle rocce, i piedi la piazzola d’arrivo.
Avevo la sensazione di viaggiare parallelamente con le due immagini, una la reale, l’altra quella fantastica.
Nella penultima uscita, ho provato un altro tipo di discesa, quella applicata nel torrentismo coscienziale in orizzontale. Consiste nel lasciarsi cullare nel letto d’acqua dalla corrente, lasciare il corpo rilassato, controllandone i movimenti nei punti del percorso in cui l’acqua a contatto con la roccia può dare origine a mulinelli, a toboga…. .
Dopo la prova della precedente forra non sentivo eccessivamente freddo, la vegetazione era ricca di alberi, tra i quali spuntavano sassi dalle molteplici forme ricoperti da muschi, fiori d’acqua, piante grasse. I colori del luogo, amalgamandosi, formavano chiazze di verde di diversa intensità. La corrente d’acqua era forte e la portata abbondante, così accertatosi che la stanchezza stava arrivando, Nello, decise di interrompere la discesa.
Dovevamo tornare sul luogo di partenza a piedi, ripercorrendo lo stesso percorso appena attraversato, ora era una risalita. Ad un certo punto, nonostante l’aiuto di una corda che univa l’intero gruppo, non riuscivo a risalire. Nelle braccia non avevo la forza per tirare la corda e le mie gambe come paralizzate, non riuscivano a scavalcare un sasso che mi avrebbe certamente fermata.
Dopo diversi minuti trascorsi tra uno strattone e l’altro, un compagno di avventura, Francesco, con uno spintone è riuscito a farmi scavalcare quel maledetto-benedetto sasso tanto irraggiungibile.
Anche in questa occasione le riflessioni non sono mancate.
Trasferendo l’accaduto nel quotidiano, cosa mi stava rendendo così difficile la risalita? Cosa significava quel tentativo ostinato nel dover riuscire da sola? Mi resi conto che non aveva senso non chiedere aiuto ad un uomo, per il timore di un eventuale contatto fisico.
Ora, ringrazio il “grande” Francesco, grande per la sua forza fisica e, soprattutto, interiore.
Attraverso la sua disponibilità verso il gruppo, mettendoci a conoscenza dei suoi vissuti, riconosco parti del suo essere come mie! Francesco riesce a comunicare senza alzare barricate, senza veli.
Raccontando di sé, compie azioni di altruismo, non risparmia i dettagli nel racconto dei suoi vissuti, non frena le sue lacrime, i lamenti straziati, non copre i suoi sguardi confusi in cerca di risposte.
E’ attraverso quegli occhi che, facendo un lavoro d’introspezione, aiuta me ed altri nel proprio lavoro di consapevolezza.
Le ultime mie briciole riguardano la forra oggi attraversata. A distanza di due, tre mesi dall’altra, l’escursione è stata differente.
La poca acqua ci ha permesso di camminare alle estremità del torrente, facendomi gustare quella natura rigogliosa.
Durante un percorso di formazione interiore, molteplici sono le memorie che riemergono nella mente.
Due giorni prima, una memoria freddamente mi ha colpito ed io caldamente l’ho accolta!
Sbagliato, ho lasciato che le mie giornate passassero in balia del ricordo di un episodio ormai passato.
Il rendermi conto che spesso mi perdo nelle vecchie emozioni, mi aveva spinto a partecipare e questa volta senza particolari paure. Mentre camminavo, sentivo la pesantezza del mio corpo, la muta così stretta da togliere il respiro. Ancora una volta ho provato una sensazione di soffocamento, causata però dal pensiero: la mia forma e consistenza fisica. Durante la discesa mi sono lasciata scivolare in acqua come mai fatto prima, per la paura di ingerire acqua riemergendo in superficie. Ho fatto un piccolo passo in avanti e questo avrebbe dovuto farmi gioire invece, a quell’ abbandono fisico il pensiero ha abbinato lo spostamento d’acqua!
La ragione di un adulto non dovrebbe lasciare che il pensiero blocchi il fluire, ma per questo si chiama ragione e non consapevolezza.
E’ per questo che sto lavorando dentro di me, su di me, sono stanca di percepirmi come uno di quei sassi che tanto fanno paura, il masso che è in me deve essere scalfito e poi scolpito. Mi auguro che anche nella mia mente si creino solchi sempre più profondi dove il pensiero possa defluire come quelle acque, senza ristagnare, arrecare ulteriori danni. In ogni uomo c’è una forra, una volta conosciuto il luogo si dovrebbe essere in pace con se stessi, ma come dice Nello ”le acque non sono mai le stesse”!
Cosa fare?
Raccolte le briciole, non resta che orientarsi verso il nuovo per conoscere l’altro.
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