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Psicoterapia e Sigmasofia

Sezione: Psicologia Io-ontos-sophos-logia » Articoli
Data: 11/11/2014
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Autore: Dott.ssa Piera Iade
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Nelle sedute di psicoterapia, propongo alcune tecniche (Autopoiesi olografiche) della Sigmasofia.
 
         Io provengo da una formazione analitica, dalla psicanalisi e dall’analisi corporea della relazione e, continuando il mio percorso personale aggiorno e approfondisco le mie conoscenze attraverso la Sigmasofia e gli allenamenti in Danza autopietica (marziale), ricerca che si fonda sul vissuto diretto, base della mia passata esperienza e del lavoro che propongo alle persone che si rivolgono a me.
 
         Il mio è un approccio di tipo olistico, inseribile nell’impostazione psico-dinamica, con specificità psico-corporea relazionale.
 
         Quando la persona si rivolge a me, ha un problema che identifica, la maggior parte delle volte, con un’espressione esterna sentita come interferenza nella propria vita di relazione con sé e con il mondo esterno: attacchi di panico, angoscia, disagio, paura, depressione, sbalzi di umore, ansia, indecisioni rispetto alla propria vita.
 
Sostanzialmente, denunciano qualche cosa che sfugge al controllo razionale e che si riflette sulla percezione corporea: lo stomaco che si chiude, il collo che s’irrigidisce, le gambe che si bloccano, la pancia che si gonfia, dolori improvvisi alla testa (…). Succede che la lucidità razionale e intellettuale subisce una scossa, arrivano segnali dal corpo, dalle emozioni, che escono senza motivo, che non hanno riscontro nella solita spiegazione logica e, in più, quando anche il medico dichiara che si tratta di disturbi psicologici, si è costretti ad entrare a contatto con un mondo dal linguaggio e dalla cultura inaspettati e particolari. La persona si accorge di non conoscere tutto il proprio mondo, di avere una cultura propria, una propria antropologia più vasta, enormemente maggiore di quella di cui si è stati consapevoli fino ad allora.
 
         E inizia il viaggio.
 
Nell’accompagnarli a scoprire se stessi, io tengo presente il peso e l’importanza del linguaggio verbale, intellettuale per l’individuo, fino ad allora, fondamento della relazione con l’altro. Ma, oltre al conosciuto, possiede ciò che gli/le sta segnalando il malessere: il corpo, le emozioni, il piano energetico, tutto se stesso che è immerso nel sensibile e nel sovrasensibile, parte che non vede, non capisce, non conosce e che la psicoterapia, generalmente, non tiene in considerazione.
 
Inizia ad imparare a comprender una lingua straniera, che fa parte di sé.
 
         Nello spazio terapeutico, trova a disposizione il posto in cui possono esprimersi, un posto possibile per sé che nel tempo della seduta (tempo elastico che va da 1 h e ½, a 2) ha la possibilità di vivere qualunque stato interno senta in quel momento. Accetto anche lo scambio verbale, perché le persone all’inizio si difendono, e la parola aiuta a sentirsi più sicuri e rassicurati, pare essere l’unico mezzo con cui esprimersi.
        
Contemporaneamente, attraverso il movimento e l’utilizzo di oggetti più strutturati e meno strutturati, c’è la possibilità di agire direttamente sul piano simbolico, ciò che si sente dentro: il disagio, l’affettività, la rabbia, l’amore, il bisogno, il desiderio e qualunque altro contenuto percepisca in quel momento, in quella fase, in quel periodo.
 
Lo stimolo esterno è una proposta aperta che dò, dopo che la persona ha parlato di sé per pochi minuti su ciò che vuole dirmi appena arrivata.
 
Spesso, qualcuno si prepara domande o osservazioni che si scrive e mi legge, ad inizio seduta. E’ come se sentisse il bisogno di dire tutta, assolutamente tutta la verità a chi deve pensare a come usarla. Traspare un bisogno di affidarsi che puntualmente resiste, proprio attraverso l’apparente disponibilità a farlo. La persona porta con sé un bagaglio, una cultura individuale e personale all’interno della quale si è riconosciuto e si riconosce fino ad allora, anche se qualche cosa gli/le ha segnalato che non è quella proprio tutta la sua verità, c’è qualche cosa di stonato, ma non sa bene che cosa. E’ però certamente qualche cosa che gli/le appartiene, ma da cui si difende comunque.
 
         La parola aiuta.
 
Inizialmente soddisfa la parte conosciuta, razionale o no, comunque utile a cui si è molto affezionati.
 
Nella parola, riconosciamo gran parte della nostra personalità, che spesso ci piace sentire ed ascoltare; è il timbro, il nostro suono più immediato che diamo al mondo.
 
Le parole che abbiamo usato per prime sono state scritte in qualche diario o in qualche album dei ricordi, di fotografie e hanno rappresentato un grande passo verso la dichiarazione personale di esserci al mondo. Padroneggiare le parole, le lingue,i discorsi, farsi capire è diventato negli anni segno e segnale di autorità, di potere personale, di capacità individuale.
 
Quindi, la possibilità di non usarla, viene vissuta spesso come una privazione di una parte importante di sé. Ci sono, alternativamente, anche a seconda dei casi personali, proposte che, pur tenendo conto di questo, sono volte a facilitare l’espressione non verbale, da quella più strutturata, come la pittura, il disegno, a quella meno digitale e più analogica, come stoffe, ritagli, carta, bastoni, palloni, cartoni, corde, oggetti diversi.
 
         Sono mezzi per poter esprimere le proprie emozioni, così come si presentano, o meglio come si crede e si pensa siano in noi. Spesso le persone hanno difficoltà a conoscere e riconoscere le proprie emozioni, ciò che s’intende con quel termine e che la Sigmasofia denomina il campo istintivo-emozionale, i contenuti del pensiero.
 
         Lo stimolo maggiore ad esprimersi è il bisogno, e la decolpevolizzazione rassicura che si può fare, è possibile mostrarsi senza essere giudicati.
 
Gli oggetti sono mediatori, per comunicare esternamente altro, oltre alla parola, quello che il bambino piccolo vive attraverso il gioco libero, quando, utilizzando giochi non strutturati (quelli che crea con scatoloni, pezzi di stoffa, corde, carta, stringhe, cordini…), permette a se stesso di dire al mondo ciò che davvero pensa dei genitori, degli insegnanti, degli adulti in genere: può raccontarsi nelle espressioni di sé più vietate e assurde, il pensiero magico diventa realtà, perché la scatola diventa astronave, il bastone bacchetta magica che uccide e che resuscita il cattivo, la stoffa il mantello di super man o di qualche Pokemon e la rabbia, la cattiveria, l’onnipotenza vengono giocate come se fossero una cosa seria, conosciuti, decolpevolizzati, demitizzati perché non fanno più paura, diventano compagni di gioco, non sono più vietati.
 
Il piano simbolico permette di farlo e di incontrare modalità e parti di sé che non ci si permette, che non si possono esprimere normalmente. Un bambino non può uccidere i genitori o arrabbiarsi tanto con la mamma, ma giocando sì, diventa possibile. Un adulto non può…ancora più cose di un bambino. Ha ancora più divieti, la maggior parte delle volte non corrispondenti a ciò che davvero la parte più profonda di sé prova.
 
Lo spazio terapeutico permette questo: ad una madre di incontrare la propria pulsione cattiva verso i figli, ad un marito perfetto di abbandonare la famiglia e di dare alla propria vita una direzione totalmente inaspettata, ossia al vero sé di affacciarsi, di essere riconosciuto e, forse, anche realizzato. Dico forse, perché può succedere che, a volte, le persone siano spaventate di vedere anche soltanto ciò che davvero vogliono essere e, di conseguenza, fare.
 
Ma, la pulsione non riconosciuta, non agita, comunque c’è, spinge, fa pressione in modi diversi, esprimendosi appunto attraverso il corpo. Incontrarla e riconoscerla non significa necessariamente agire ciò che può sembrare difficile e spaventoso, ma può essere trovare la modalità di nutrirla.
 
         Una persona in terapia da me conduceva una vita molto strutturata: lavoro, famiglia, contatti sociali, quelli sicuri, certi, rigidi. Durante il percorso terapeutico, scoprì una parte della propria indole, fortemente portata alla riflessione e alla meditazione. Era molto attratto dalla vita dei monaci buddisti. Lo diceva quasi per gioco, per scherzo. Quando riuscì ad accettare che era una parte di lui, possibile da vivere e che non era necessario abbandonare tutto per darle spazio, ma era possibile sperimentarla anche all’interno della vita che conduceva, si tranquillizzò molto. Per questa persona, significava in pratica concedersi un tempo per sé, ogni giorno, vivendo quell’aspetto, ascoltando della musica, facendo esercizi di rilassamento o quant’altro man mano identificasse come atto rivolto alla sua meditazione.
 
La proposta operativa delle Animazioni, a inizio e a fine seduta, danno tensegrità (per citare Nello) all’individuo che sta destrutturando ciò che fino ad allora era il caposaldo della propria sicurezza.
 
Ed ovviamente non è la pratica meccanica della tecnica che dà senso all’unione dell’indagine psicologica con quella energetica, bensì l’attitudine del terapeuta. Ossia, per me l’obbiettivo è accompagnare la persona a incontrare se stesso in tutte le proprie manifestazioni ed espressioni, proprio perché il malessere è un segnale che qualcuna di queste sta urlando il proprio diritto ad esistere. Mi riferisco al piano psico corporeo sensibile fino a contattare e ad imparare il linguaggio dell’ultrasensibile, il cosiddetto piano autopoietico.
 
Ognuno di questi possiede un codice d’intesa e di comunicazione che non appartiene all’espressione verbale, e se della decodificazione del corpo ci ha già pensato buona parte del mondo della Psicologia, per quanto riguarda il punto di vista autopoietico, difficilmente gli psicoterapeuti lo osservano con occhio attento, confondendolo spesso con qualche cosa che ha a che fare con lo spirituale e quindi definito fuga.
 
         Ho verificato, direttamente, che la proposta della Sigmasofia si attiene perfettamente ad un modello d’indagine diretta sui meccanismi che riguardano la psiche e sui collegamenti che questa ha con la fonte originaria, quella che Nello definisce fisiologia autopoietica, inconscio autopoietico.
 
         L’attitudine consiste nel trasmettere alla persona l’atmosfera adatta ad esprimere che la problematica psicologica c’è, è profondamente accettata e che si cercheranno insieme le modalità e la strada per risolverla.
 
Ma, anche che il tutto è immerso in qualche cosa di più ampio, che è il grande contenitore della vitalità, fino a raggiungere la consapevolezza del piano autopoietico.
 
 Si tratta di un lavoro simile all’attraversamento degli strati che stanno prima del cuore centrale, il nucleo, quello che ci accomuna assolutamente tutti e che, nella Sigmasofia, viene identificato con gli archetipi autopoietici, ipsilon, psi, lambda e sigma.
 
 Inizialmente, le persone non capiscono bene perché propongo loro tecniche autopoietiche, ma praticandole, si accorgono dei risultati, imparano a tenere conto e ad unire al loro piano razionale anche l’elemento cosiddetto più sottile, che contiene gli strati, le emozioni, gli stati d’animo, i pensieri, le convinzioni, le idee, da cui comunque è necessario partire per raggiungerne la fonte.
 
L’utilità immediata è quella di permettere alle persone di incontrare il proprio piano olistico, ossia di conoscere e riconoscere gli elementi che esistono e coesistono al disturbo che si sente, e che interferisce in quel determinato momento nella propria vita. Significa approfondirlo, analizzarlo, e inserirlo nel contesto reale, più ampio di ciò che il sintomo propone.
 
Sta poi ad ognuno scegliere se approfondire la ricerca personale o limitarsi alla soluzione del problema. Ossia, sta ad ognuno decidere di…
prendere per mano la propria vita

 

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