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LA FIGURA DELLA MADRE IN ESPERIENZE PROFESSIONALI DIVERSE

Sezione: Psicologia Io-ontos-sophos-logia » Articoli
Data: 11/11/2014
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Autore: Dott.ssa Piera Iade
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Punti da sviluppare:
La madre:
-definizione
-l’archetipo della Grande Madre nella storia umana
-le funzioni della madre
-madre buona /cattiva
-essere e sentirsi madre
-madre biologica e madre simbolica
-la figura della madre nella patologia e nel disturbo relazionale: caratteri psicotici e nevrotici della personalità
-percorso terapeutico, analitico, formativo…
 
 Presentazione.
E una donna che portava un bimbo al seno disse,
Parla con noi dei Figli.
E lui disse:
I vostri figli non sono vostri figli.
Essi sono i figli e le figlie della brama della Vita per la vita.
Essi vengono attraverso voi ma non per voi.
E benché essi siano con voi essi non appartengono a voi.
Voi potete dare loro il vostro amore, ma non i vostri pensieri,
Poiché essi hanno i propri pensieri.
Voi potete custodire i loro corpi, ma non le loro anime,
Poiché le loro anime dimorano case di domani, che non potrete visitare, neppure in sogno.
Potrete essere come loro, ma non cercate di farli simili a voi,
Poiché la vita procede e non si ferma a ieri.
Voi siete gli archi ed i vostri figli sono frecce vive scoccate lontano.
L'Arciere vede il bersaglio sulla strada dell'infinito, ed Egli con forza vi tende  affinché le sue frecce possano andare veloci e lontane.
Piegatevi  nelle mani dell'Arciere con gioia:
Poiché come egli ama la freccia che vola, così Egli ama l'equilibrio dell'arco
[da: " Il Profeta" di Gibran Kalil Gibran]
 
Il contenuto di questo lavoro vuole essere il resoconto di esperienze mie personali, sia dal punto di vista professionale che dall’ottica di elaborazioni fatte, sempre alla luce del vissuto diretto. Mi riferirò a considerazioni conseguenti agli incontri con i casi dei clienti (o pazienti), o meglio ancora delle persone che si affidano a me nei momenti di loro maggiore difficoltà, a causa di disagi generici o di disturbi chiaramente definibili come ansie, attacchi di panico, problemi relazionali (…). Mi atterrò alle esperienze condotte nella mia attività lavorativa che comprende la psicoterapia individuale, i gruppi di Analisi Corporea della Relazione, la scuola di Counseling in Sigmasofia, la formazione alle educatrici del C.I.A.O. (Centro educativo per i diversamente abili adulti) di Torre Pellice (To) e al corso per educatrici di asili nido che conduco presso una scuola di Cumiana (To). Sono contesti differenti che si distinguono soprattutto per via del taglio che è terapeutico o formativo o analitico, ma il materiale che se ne può ricavare accresce notevolmente il bacino di conoscenza e di informazioni che tenterò di esporre qui di seguito.
 
Sulla madre, sono stati scritti chilometri di pagine da molti autorevoli autori, più o meno conosciuti (Freud, Klein, Winnicott, Bettelheim,…). In questo lavoro, non mi riferirò ad alcuno di loro, anche se ovviamente alcuni dei loro contenuti sono integrati in me e nel mio lavoro, ma, come detto, in questa occasione volevo estrarre osservazioni ed indicazioni dall’esperienza diretta.
I due testi a cui faccio riferimento sono La grande Madre di Erich Neumann, ed. Astrolabio, per quanto riguarda il simbolismo sulla madre, e il D.S.M.4, per le definizioni diagnostiche.
 
Definizione.
         La prima osservazione che posso fare è che negli incontri di vita come nei diversi contesti sopra citati, sia nell’ambito dell’ACR, in cui il riferimento alle figure genitoriale è addirittura strutturata dalla conduzione (i due analisti di riferimento sono un uomo e una donna) e dichiarato, o nel contesto della Sigmasofia, per cui l’obbiettivo formativo è la presa di coscienza di sé, su tutti i piani, soprattutto su quello ultrasensibile, per cui l’esperienza delle figure genitoriale e l’eventuale problematica collegata fa parte dell’attraversamento dell’acquisito (v. N. Mangiameli Sigmasophy Theory of everything, ed. Poiesis), o nelle sedute individuali di Psicoterapia, in cui la persona può esprimersi liberamente, attraverso libere associazioni sul piano verbale o non verbale, la figura della madre prima o poi compare (anche quella del padre, ma per quanto riguarda questo lavoro mi soffermerò esclusivamente sulla figura materna).
        
Per quanto riguarda la chiave di lettura e il riferimento, sarà in particolare quello proposto dall’Analisi Corporea della Relazione, che si occupa dell’ambito del piano acquisito, riferendosi all’esistenza dell’individuo dalla nascita in poi, con particolare attenzione alla relazione che s’instaura con le figure genitoriale. Specifico questo, perché ritengo corretto ricordare che più recenti ricerche (v. Capra, Mangiameli, Wilber, Mitchell, Sheldrake, Lovelock…) tengono presente le indicazioni della fisica moderna, riguardo il campo unico, il sovrasensibile, ecc.
 
Chi è la madre?
         Per quanto riguarda gli esseri umani, è la donna che, insieme ad un uomo, genera un figlio o una figlia e lo/la partorisce dopo una gestazione di 7/9 mesi: potrebbe essere la definizione tecnica del termine, che vale assolutamente in tutti i casi.
         Nella famiglia nucleare, in genere, si prende anche cura del figlio o della figlia, la/lo nutre e protegge, ma secondo questa accezione, nel vissuto del figlio o della figlia, la mamma non sempre coincide con la madre biologica. Per l’accudimento, compare il concetto del principio materno, dell’istinto materno, della cosiddetta madre buona, accudente e che non è detto sia appunto la madre biologica: può esserlo la nonna, la zia, la sorella, la balia, la nutrice e, a volte, il padre. Anche nell’accezione comune o quando le persone parlano liberamente della madre, si può sentir dire Per me, quella non è una mamma! E, quindi, sempre in questi casi, ci si riferisce all’aspetto della mamma pre-edipica, che protegge, nutre, ascolta e non giudica, dà calma e serenità, accudisce. E’, quindi, una possibilità di espressione di sé, che può manifestare chiunque, maschio o femmina, donna con figli o senza, e che spesso viene detto, in seguito ad una relazione fusionale vissuta, per esempio durante una seduta di psicoterapia, Sei proprio come una mamma! Mia mamma non è mai stata così, o almeno non me lo ricordo! (da verbalizzazione). E’ la mamma delle coccole, e dell’attenzione esclusiva: infatti, durante relazioni fusionali con me, vissute in sala, durante incontri di ACR con i gruppi (e, non soltanto), è significativo come la persona, pur avendo gli occhi chiusi, si renda perfettamente conto se il mio sguardo è interamente ed esclusivamente rivolto a lei o a lui, o se sto guardando anche altro.
         La maggior parte delle volte, le carezze fatte durante il momento di abbandono al suolo, vengono vissute come quelle di una mamma, e il bisogno espresso è di tenerezza, dolcezza, elementi che in genere la persona denuncia di non avere ricevuto abbastanza, e che si stupisce, nonostante l’età, viva con così grande intensità e commozione: Proprio come se ne avessi ancora bisogno!…a questa età! E’ il bisogno di sentirsi accettati profondamente, di sentirsi amati ossia In questa vita ci sono venuto-a, perché qualcuno lo ha desiderato, e se non l’ha fatto allora, attraverso la figura simbolica (che però nel vissuto del momento è reale), è possibile comunque recuperarne la parte buona, ossia vitale, che ha dato e che dà la vita, non soltanto biologica, quella che comunque, anche nei casi peggiori, c’è stata durante la relazione fusionale e che tutti quanti hanno vissuto.
 
         Quando le persone pensano al loro bisogno di mamma, hanno in mente la mamma buona, quella pre-edipica, contenitiva e rassicurante, esclusiva. Ma, anche la cosiddetta mamma cattiva è importante, a volte viene cercata inconsapevolmente, attraverso modalità diverse di provocazioni. Ma, il concetto di mamma cattiva, da trasmettere e da far vivere in sala alla persona in analisi o in terapia, non è semplice ed è importantissimo avere ben presente i vari elementi della problematica individuale. Per qualcuno, la mamma cattiva può essere quella apparentemente molto buona, dall’atteggiamento e dal comportamento buono, con cui è difficile e doloroso riconoscere di essere arrabbiati, perché quel comportamento è stato a volte all’origine di vissuti di castrazione.
         In genere, si dice e si afferma che la madre cattiva sia quella edipica, che non soddisfa e quindi frustra il desiderio sessuale che suscita nel figlio maschio ed è la donna a fianco del padre che la figlia femmina desidera possedere, di cui vuole prendere il posto. E’ la madre che dice no, come lo è per il bimbo che desidera quel giocattolo che lei non gli compra, o che vuole dormire nel lettone e che viene messo nel lettino: fondamentalmente è quella che pone i limiti. (…).
 
         La madre è anche una donna: è una frase ricorrente nelle verbalizzazioni, quando c’è la presa di coscienza da parte sia delle donne che degli uomini che quella madre della relazione fusionale si occupa anche di sé, della propria persona, della propria bellezza, della propria sessualità, del proprio uomo, del proprio piacere, comunque di altro dalla relazione esclusiva con il figlio o la figlia.
         La situazione si complica quando la madre divorante e simbiotica ha un figlio maschio il cui desiderio coincide con il suo: é il caso della personalità con struttura psicotica, che spesso incontra la difficoltà a separarsi, ad individuarsi. Inconsciamente, aggredisce ogni relazione che instaura con una donna, cercando in lei la madre fusionale che, tuttavia, vive come soffocante e che, quindi, nello stesso tempo non sopporta. Ma, non l’ha ancora ben chiaro. In genere, è un tipo di relazione che lo blocca, perché qualunque iniziativa che abbia a che fare con una donna ha bisogno dell’avallo della madre. Casi così sono complessi e richiedono molto tempo di elaborazione. Ho notato che in questi casi è anche importante e utile lo scambio verbale, utilizzando il piano corticale, intellettuale che può aiutare ad avere meno timore, o meglio a dare la possibilità di permettersi poi l’implicazione corporeo-emozionale. Scoprire in più sedute e in più incontri, un pezzetto per volta, ossia che discordare dalla madre non significa necessariamente abbandonare o essere abbandonati e che ad assumersi la propria esistenza non consegue inevitabilmente togliere la vita alla madre può rappresentare una progressione importante.
 
         M. segue gli incontri di analisi corporea da anni. Nella vita, ha difficoltà nelle relazioni con le donne, che sceglie preferibilmente come amanti, donne sposate o già impegnate in altre relazioni. In sala, vive i suoi rapporti con le donne, o molto vicino al mio spazio, o cercando il mio sguardo e la mia approvazione. Recentemente, ha vissuto profondamente il fastidio delle mie attenzioni esasperate, continue, pressanti, per aiutarlo a prendere coscienza dell’interferenza continua da parte dell’amore materno castrante.
 
         La madre cattiva è quella che si oppone, anche inconsciamente, allo sviluppo e alla crescita naturale del figlio, a cui non permette di lanciarsi nella vita come freccia scoccata dall’arco genitoriale, che ha bisogno lei stessa di compensazione alla propria frustrazione, vissuta a sua volta, nella relazione con i propri genitori, o durante la vita, in seguito alla mancata realizzazione del proprio vero Sé: Io non sono andata a scuola, quindi lui che ne ha la possibilità, deve andarci assolutamente, perché io faccio tanti sacrifici che i miei genitori non hanno fatto per me. E quindi non può deludermi!
Il figlio diventa così un prolungamento del proprio sé, il proprio pene, attraverso cui la madre penetra il sociale, la società: Ecco, questo è mio figlio, che fa l’insegnante, o l’avvocato, o il medico. Che bello, che bravo, mio figlio! E difficilmente viene usato l’aggettivo nostro, che includerebbe la figura del padre, facilmente esclusa dalla madre onnipotente, divorante e castrante.
         Quindi, si potrebbe affermare che la madre cattiva è quella che anche non accetta di esserlo, che non sopporta che il figlio si evolva, si affranchi da lei, dalla fase pre-edipica che tende a voler far permanere e a procrastinarne l’evoluzione.
 
Il simbolismo della Grande Madre.
Il tema del contenitore, del vaso, del recipiente che accoglie è riscontrabile nel simbolismo della Grande Madre, come espresso soprattutto nella fase primordiale della storia dell’umanità e che può aiutare a trovare e a spiegare alcune astrazioni simboliche e vissuti che le persone possono avere ed incontrare lungo il loro viaggio di consapevolezza.
         Sono, infatti, immagini del profondo, archetipi, immagini interiori, risalenti all’informazione più arcaica. Lo stesso vaso-contenitore, accogliente come il Ventre della Terra-Grande Madre può essere buono, datore di vita, o datore di morte e in molte rappresentazioni è l’urna, la tomba, il vaso della morte (coppa del sangue messicana), in cui venivano messi i cuori strappati alle vittime: è la Madre Terribile, rappresentata, simbolicamente, dal rospo. I sarcofagi egiziani presentano sullo sfondo la dea Nut, divinità del cielo che abbraccia il morto, la dea della rinascita, ma anche con un carattere di morte, con lo sfondo del cielo notturno e oscuro, che si può identificare con l’oscurità divorante della Terra. Lo stesso valore ambivalente della Madre si trova sia nel mondo pre-greco che nel greco primitivo.
 
         Quindi, l’Archetipo del femminile contiene molti simbolismi collegati alla Grande Madre Terribile, amore e morte, creazione e distruzione, divorazione, sostegno e contenimento, appagamento e castrazione, come indica Afrodite, che è dea dell’Amore e della Guerra.
Ma, non è l’unica.
Dalla Grecia alla Melanesia, si ritrova il carattere elementare terribile del femminile, ambivalente e comprendente gli opposti.
 
         Nel simbolismo degli oggetti, si trova spesso il corpo femminile come vaso: è il contenente-contenitore, il carattere positivo del femminile, della madre, nutriente, che accudisce e protegge, come l’antro della Terra, la grotta, la caverna. E’ il carattere positivo collegato al principio trasformatore: il vaso è l’utero, l’utero è il contenitore entro cui l’essere si forma e si trasforma e cresce ed è protetto.
 
Anche l’acqua contiene, come il liquido amniotico, ed inoltre prende la forma del luogo in cui è messa, mantenendo la propria essenza, la propria individualità. Prende la forma della bottiglia di vetro, del vaso di terracotta, del bidone di plastica, pur rimanendo H2O: entra nel tono dell’altro, continuando ad essere se stessa, come fa la madre che si occupa del figlio, per aiutarlo a crescere e a diventare se stesso/a, e non per soddisfare il proprio desiderio proiettivo, per cui vuole e pretende che il proprio cucciolo diventi ciò che lei non è stata.
 
Lo stesso elemento della trasformazione si ritrova nel carattere negativo del femminile materno, divorante, rappresentato dalla bocca che sono le fauci, gli inferi, la tomba: è la terra che dà la vita ed è anche quella che ingloba, che decompone, che distrugge, che attua l’azione trasformatrice, opposta alla creazione.
 
Quindi, c’è la madre che ha dato la vita al figlio, ma che anche se la riprende, la cattura, la uccide, la rapisce e i simboli che si ritrovano nelle diverse civiltà sono molteplici. Ci sono statue e statuette, vasi che rappresentano il carattere positivo, come il vaso a quattro mammelle, la Diana di Efeso, Nut, vasi a forma di figura femminile con ventri enormi, caratteristica esasperata della maternità contenitrice e nutriente (con collegamenti alla maternità del cosmo), seno marcato e pancia, e poi immagini senza viso, occhi, piedi, che possono rimandare alla maternità strettamente biologica, più che affettiva: la madre non guarda il bambino, è lì ferma, non si sposta, ma non è rappresentato il legame e lo scambio affettivo attraverso lo sguardo.
 
Il viso compare, poi, con bocca piena di denti, nelle raffigurazioni rappresentanti il carattere elementare negativo, Kali, la dea Pati (a Bali), le varie edizioni di Kali-divorante, Coatlicue (in Messico) con la gonna di serpenti (il serpente è la conoscenza continua, la rigenerazione, il collegamento con il mondo oscuro del profondo della terra); la Gorgone, Randa che rapisce i bambini (…).
 
Nel carattere elementare del femminile, sia positivo che negativo, si evince una forte dipendenza dell’individuo che, a seconda che si trovi in contatto con l’aspetto creatore o con quello distruttore, si pone in relazione con la vita o in relazione con la morte, quindi o abbandonato e affidato alla fusionalità con il grembo-contenitore o in lotta, in guerra difensiva dallo strumento di morte, divorante, inglobante, distruttivo.
 
         In sintesi:
nel mondo primordiale, la Grande Madre è collegata strettamente al vissuto dell’essere umano nei confronti della natura e questa, nell’esperienza diretta dell’umanità, dà la vita, nutre e distrugge, può provocare morte.
 
         Il collegamento che ho riscontrato interessante ai fini di questo lavoro è osservare quanto il percorso del vissuto della Grande Madre da parte dell’uomo possa ritrovarsi nell’evoluzione dell’individuo, uomo o donna, singolo o gruppo che sia.
 
         Ovvero: nella relazione terapeutica, analitica, formativa, la proiezione della figura della madre sulla terapeuta, analista o formatrice c’è sempre. Ho verificato dall’esperienza che, detta o non detta, espressa o no, consapevole o no, prima o poi la madre esce come punto da affrontare, nell’ambito della problematica espressa.
 
E il vissuto, con la madre reale o simbolica, generalmente, è ambivalente, tra odio e amore, vissuto buono-vissuto cattivo. La mamma simbolica, analista o terapeuta, rappresenta il luogo rassicurante, per cercare e rivivere la relazione fusionale e permettersi la regressione evolutiva. E’ il legame che tiene e che si desidera mantenere, ma che si vuole anche sciogliere per poter emanciparsi, che si teme di non avere più, di perdere, da cui si vuole essere riconosciuti e che spesso non si riconosce; con cui si vive una forte competizione, da cui ci si vuole affrancare; da cui ci si sente divorati, ma da cui si vuole essere contenuti; che è un modello da seguire e a cui trasgredire, che si colpevolizza, addossandole la responsabilità delle proprie problematiche; il nutrimento e la mancanza, l’accoglienza e l’abbandono; l’amore che dà la vita e che può portare alla morte.
 
Da ciò che ho potuto dedurre ed elaborare, non è un legame che si possa sciogliere: si può trasformare, arricchire, diventare una relazione tra donna adulta e la propria madre, con cui confrontarsi ed arricchirsi, procedendo oltre alle richieste e alle esigenze legate ai bisogni primari da soddisfare. E più avanti nel tempo può addirittura esserci un capovolgimento dei ruoli, la figlia contiene e accudisce la madre vecchia, bisognosa e malata.
 
Nemmeno il legame con la Terra si può sciogliere: dà il nutrimento, i mezzi per costruirsi il riparo, gli animali, le piante, e aiuta a soddisfare alcuni dei bisogni primari. Con la Terra, si entra in competizione, sfidandone i limiti, a volte, la si aggredisce e si può essere costretti ad occuparsene, perché sta male, e si tenta di curarla!
 
Mi pare importante esprimere e sottolineare che la madre, ovvero la maternità è un principio attivo, aspetto che fa parte di una determinata struttura della personalità, indipendentemente che questa abbia partorito dei figli reali. Infatti, anche l’analista o la terapeuta senza figli biologici può essere un’ottima madre simbolica, come può non esserlo un’analista che nella vita sia anche madre reale. Non si tratta di recita, ovvero di fare finta di assolvere al ruolo di madre, quanto di seguire l’elemento istintivo della maternità, quello legato al piacere e alla naturalezza dell’accudimento. E’ vero che nella relazione analitica o terapeutica esiste un contratto che prevede uno scambio prestazione – denaro, e quindi, da parte del/della cliente, sorge facilmente il dubbio, Ma, mi vuoi bene davvero o fai finta, perché lo fai per lavoro? E’ una domanda che mi sono sentita fare spesso, e che a mia volta mi sono fatta e ho posto ai miei analisti e terapeuti. La risposta non è semplice, perché ovviamente va spiegata: non è sufficiente il perché sia accettabile e credibile. E’ una particolare empatia, che la persona sente e percepisce, al di là dell’espressione verbale, delle parole, perché, forse, il messaggio che riceve è quello di essere importante, di essere ascoltata, qualunque cosa dica o esprima, che c’è del tempo dedicato proprio a lei, il gesto, l’intervento. E’ la percezione di attenzione vera: per questo, ritengo (e l’ho riscontrato negli anni) importante, se non fondamentale in certe fasi dell’analisi, quando il bisogno di sostegno e di accettazione è forte, offrire alla persona reale disponibilità anche oltre lo stretto incontro in sala. La comunicazione che è possibile continuare attraverso i colloqui, le telefonate, le lettere, le e-mail o gli sms permette alla persona di sentire che ha un riferimento nell’analista/terapeuta, sul cui ascolto può contare, in quella fase, in cui ne sente particolare bisogno. Soprattutto, per quanto riguarda l’ambito dell’ACR (io lo applico anche con le persone che ho in carico nella psicoterapia individuale), se l’analista ricopre e si assume il ruolo della madre simbolica non può non esserci più, uscita dalla sala, fino alla prossima entrata, soprattutto perché a volte gli incontri sono molto distanziati nel tempo l’uno dall’altro, e poi perché una madre c’è, sia buona che cattiva. Ciò non significa escludere i limiti: la persona li incontra naturalmente (gli orari, altri impegni…) e non mi è mai successo di essere soverchiata o invasa da telefonate o presenze o lettere! E’ però vero che il rispondere nei momenti in cui viene richiesta la mia disponibilità aiuta, di conseguenza, il lavoro in sala. Importante è l’attitudine, la postura dell’Io dell’analista o terapeuta, che di per sé dà il cosiddetto limite: disponibilità affettiva, la propria presenza e la professionalità, che permette empatia e distacco, nello stesso tempo. Ugualmente importante è chiarirsi che cosa s’intenda per limite: a parer mio, dev’essere individuato, di volta in volta,e a seconda del momento che sta attraversando la persona. Può risultare necessario far incontrare la frustrazione, allora il tempo dedicato si può abbreviare, o meglio ancora la modalità di relazione in cui si pone l’analista lo comunica: pur dimostrandosi disponibile, aiuta l’elaborazione di eventuali eccessive interferenze o desideri di penetrazione nella propria vita intima e privata, che a volte è segno di voler appropriarsi di un posto privilegiato, per uscire dall’ambito analitico e fuggire in quel modo l’approfondimento della propria problematica. Le strutture di personalità con caratteristiche isteriche o psicotiche tendono ad invadere e ad esondare dal proprio posto. Vanno guidate e amorevolmente accompagnate ad incontrare il nodo che li spinge ad evitare di analizzare/elaborare quella necessità di possedere e di divorare la relazione con l’analista/terapeuta, proiezione della figura genitoriale corrispondente.
 
          ANALISI CORPOREA DELLA RELAZIONE e DSM
In ACR, non s’incontrano casi patologici definiti, ma si può parlare di caratteristiche della personalità di un certo tipo. I due grossi tronconi entro cui si ascrivono le definizioni dei disturbi della personalità possono essere nevrosi e psicosi.
 
Si è detto che la persona nevrotica si costruisce i castelli di sabbia; lo psicotico li abita.
La persona nevrotica è consapevole del proprio disturbo e, a volte, decide di intervenire per risolverlo: l’ansia, l’angoscia, l’attacco di panico vengono considerati come una sorta di corpo estraneo a sé, un’interferenza nella propria vita.
La persona con caratteristiche psicotiche della personalità più difficilmente vede ed è consapevole della separazione tra il sé che osserva il proprio elemento disturbante, per cui è più difficile che si curi, che affronti il problema: infatti, in genere, gli elementi psicotici compaiono più chiaramente lungo il percorso analitico, a cui la persona si rivolge per generici disturbi relazionali, non sempre chiari e definiti. Difficoltà di comunicazione con gli altri, sensazioni di non essere compresi, manie di persecuzione, ossessioni da dipendenza da sostanze, da relazioni affettive o sentimentali, chiusure linguistiche o fissazioni relazionali sono a volte punte di un iceberg della struttura psicotica. E’ comunque altrettanto vero che ci si trova di fronte più a caratteristiche sfumate che nette, ovvero ogni definizione non corrisponde mai alla descrizione di un determinato individuo, in cui si possono riscontrare elementi sia nevrotici che psicotici. C’è poi la personalità border-line, a cavallo tra nevrosi e psicosi, caratterizzata da ansia e da una certa disorganizzazione sociale e non soltanto.
 
Già dal primo incontro, si può intuire il tipo di personalità che si ha di fronte.
L’isteria viene anche identificata come disturbo dissociativo, anche se il disturbo dissociativo vero e proprio è una patologia definita molto più grave. A parer mio, si possono riscontrare nella personalità isterica, alcune caratteristiche appartenenti alla definizione del Disturbo Dissociativo Non altrimenti specificato (300.15 del DSMIV): Questa categoria è stata inserita per i disturbi in cui la manifestazione predominante è un sintomo dissociativo (per es. un’alterazione delle funzioni usualmente integrate della coscienza, memoria, identità o percezione dell’ambiente) il quale non soddisfa i criteri per nessuno dei Disturbi Dissociativi specifici.(ci si riferisce, per esempio, al disturbo dissociativo dell’identità o disturbo da personalità multipla 300.14, la cui manifestazione essenziale è la presenza di due o più distinte identità o stati della personalità che in modo ricorrente assumono il controllo del comportamento) (…). Per quanto riguarda la donna comunemente e freudianamente identificata come isterica, il motivo per cui può essere identificata con queste definizioni del DSMIV può essere quello per cui effettivamente si trova spesso a vivere sbalzi di umore forti e identificazioni differenti: la persona estremamente sicura di sé, realmente sicura, quindi in grado di condurre professioni impegnative che richiedono personalità ben strutturata, che può diventare infantile, fragile e alla mercé dell’affettività e dell’altro a cui si lega, su cui investe una relazione importante.
Si caratterizza, superficialmente, con il desiderio-bisogno di attrarre l’attenzione su di sé. La donna è pettinata o vestita o truccata o in modo molto accurato o con qualche elemento d’eccesso, con qualche accessorio d’abbigliamento strano, peculiare, pittoresco, che si fa notare; l’uomo può essere sovracompensato attraverso il modo di parlare, di atteggiarsi, meno rispetto all’abbigliamento. In sala, all’inizio del primo incontro in genere inizia a dire che non ha nulla da dire, e la sua presentazione può essere molto articolata e precisa.
Il suo vissuto interno è negativo, ha integrato l’oggetto cattivo, non sa se può esistere o no, se il padre glielo consente o no, se la madre l’accetta o no, come donna, perché come bambina sì. Nella storia primaria (quella dei primi 4 anni di vita), c’è una mamma buona, pre-edipica con difficoltà a viversi la parte edipica, sessuata. L’identificazione, quindi, nella figura femminile di riferimento risulta difficile, non si sa come fare, come essere per essere donna: la mamma è soltanto mamma e, se si cresce, si rischia di non essere più amate da lei, di incontrare la competizione con lei (che non si conosce assolutamente sotto quella veste e che perciò può spaventare). Inoltre, e però, quella con la madre è anche l’unica relazione forte, che l’ha tenuta in vita e l’ha aiutata ad esistere; pur desiderando molto il padre, questi non l’ha considerata, non l’ha vista, l’ha affidata molto alla madre, è stato assente, a volte anche lui figlio della moglie; la figlia di quel padre non sa come fare a conquistarlo completamente. In sala, l’isterica occupa inizialmente i bordi dello spazio, è triste, a volte depressa, oppure può investire il centro della sala esibendosi in danze e movimenti particolarmente aggraziati. Il suo problema è l’identificazione con la parte femminile sessuata, con la donna
La donna isterica ha bisogno di essere accompagnata verso l’assunzione della propria crescita, attraverso la conferma della relazione pre-edipica con la madre. In sala (dato il principio fondamentale lapierriano di ascoltare ed entrare nel tono che la persona sta proponendo), è facile che si presenti e cerchi lo sguardo dell’analista, sguardo che accompagna con un grande sorriso (all’inizio, è più facile il sorriso) e quindi la risposta è di accoglienza: la mamma ti accoglie, ti accetta, sei bella! La risata è sovracompensata, scollegata da ciò che sente dentro: c’è un’immagine da presentare fuori, per piacere all’altro, e il sé interno è molto triste.
Dopo aver danzato con lei, e collegata intensamente con lo sguardo, per tutto il tempo del gioco/danza, lentamente mi fermo e continuo a guardarla, la risata diventa sorriso d’accoglienza a quel punto facilmente lei si avvicina e può appoggiare la testa sulla spalla e piangere (se il malessere è molto forte, in quel momento); oppure stringe forte le mani, in segno d’intesa, di complicità. Anzi, a volte le porgo, le offro io: questo quando lei è nel momento dell’affermazione del potere nei confronti della madre. Ricordo, infatti, che in conseguenza di ciò che ho detto prima, un altro elemento possibile nella storia dell’isterica può anche essere una madre incapace di contenerla (perché sola o perché estremamente ansiosa), e quindi facilmente vissuta come madre cattiva. (ribadisco che ogni considerazione che cito qui, si riferisce alla pratica vissuta: non esistono mai regole. Ripeto, l’ascolto del tono è alla base di ogni atto od intervento).
L’isterica si è dovuta costruire una struttura-corazza (difensiva) per poter diventare una donna, non sapendo bene di quale tipo (visto che anche il padre non le ha dato un rimando di femminilità riconosciuta), quindi l’incontro con me può anche essere vissuto come con un’altra che non si sa com’è, che può accogliermi o no, è una donna che si è assunta la propria femminilità e io no, devo stare attenta, ma ne ho bisogno. L’ascolto attraverso il contatto delle mani, che le pongo, le offro, può rappresentare la prova di essere ricevuta e che si può fidare: lei le guarda, le osserva, e a volte mette le mani sue nelle mie, è simbolico, si è affidata e me le stringe: c’è sofferenza in quella stretta, anche se nello stesso tempo, ci può anche essere sfida-competizione, o meglio quello che diventerà sfida, più avanti, quando potrà permetterselo.
 
All’interno del sintomo isterico, disturbo dissociativo, si possono manifestare altri elementi che dal DSM IV vengono individuati come disturbo distimico, disturbo depressivo, disturbo d’ansia. Per questo motivo, come già detto sopra, non mi sono attenuta rigidamente alle definizioni se non come citazione di caratteristiche insite in una struttura specifica di personalità.
L’isterica, quindi e fondamentalmente, ha paura di crescere, di sbagliare, di non essere giusta per mamma e per papà. E’ qui che subentra per l’analista l’indicazione, dopo un certo tempo ovvero quando si è instaurata la relazione di fiducia con la mamma pre-edipica (la prima fase del transfert, quello positivo), l’amplificazione e accettazione delle sue caratteristiche offerte attraverso il gioco, il movimento va assolutamente alternata con espressione di indifferenza, complicità, intesa, ossia elementi che lei può vivere della mamma cattiva. Ha bisogno di esprimere la rabbia per essersi sentita abbandonata (o perché la mamma è morta o perché è stata incapace di mostrarle e di offrirle l’identificazione con la donna sessuata, contenta di esserlo). Ciò che conosce, riconosce e utilizza della donna sessuata è appunto il sesso: infatti, spesso, la donna isterica utilizza molto la sessualità nella relazione con gli uomini, da cui cerca di essere riconosciuta e dal cui riconoscimento dipende la sua esistenza psichica affettiva.
La mamma simbolica dell’isterica deve, quindi, aiutare la figlia simbolica a crescere veramente, ossia ad accompagnarsi a far combaciare la crescita esterna con quella interna: il tacco alto, il trucco, la femminilità esterna che possa coincidere con quella interna, e che la bambina possa sentirsi sempre accolta e fluidamente vivere quando lo sente, senza dover nascondersi e vergognarsi, imbarazzarsi per esserci. Può crescere, affermare se stessa e significa giocare con lei, ogni fase dell’analisi, ovvero della crescita per rassicurarla che può diventare adulta, senza perdermi, senza perdere il contatto con il sé bambina e con la mamma pre-edipica.
 
Non ho mai avuto a che fare, in sala, nel contesto di acr, con uomini isterici. Mi riferisco, quindi, ad esperienze in altri ambiti. Anche l’uomo isterico ha bisogno di attenzione, di attrarla, di averla e può essere in molti modi, con l’abbigliamento ricercato, strano, l’orecchino o il comportamento forte, aggressivo, rissoso. La relazione con la madre anche in questo caso è ambivalente: c’è il legame e il bisogno della fase pre-edipica e la rabbia per non essere stato riconosciuto come altro dalla madre che spesso può averlo utilizzato come proprio pene (orgoglio, affermazione di sé).
 
La personalità con caratteristica psicotica ha una madre che ha vissuto come inglobante, divorante, annientante e annullante, per cui la libertà potenziale viene congelata; ha un attaccamento fortissimo alla stessa madre da cui cerca la vita affettiva e le coccole pre-edipiche; vive il sesso come una cosa sporca, che comunque le ha allontanato la mamma preoccupata a piacere e ad essere accettata dagli uomini. E’ stata una mamma edipica da sempre, dimentica della bambina di cui si accorge maggiormente dopo, magari durante l’adolescenza, chiedendone la complicità. Alla donna con caratteristiche psicotiche bisogna far ri-trovare la relazione con la mamma buona. Il caso è più complesso che in precedenza e può richiedere più tempo per l’aggancio, per destrutturate l’apparato di difesa costruitasi. Odia la madre, e ne ha anche paura, perché si è sentita minacciata proprio nella possibilità di vita, di esistenza. L’annullamento e l’annientamento che ha vissuto in quella relazione è lo stesso che immagina e sogna, a volte, di praticare nei confronti di altri: vuole uccidere o vuole uccidersi. In sala, mi sta lontana, si rifugia in scatoloni, sotto a grandi stoffe bianche e la mia azione iniziale è quella di accoglierla anche così, prenderla e contenerla.
La madre è per lei un forte bisogno ed una minaccia. Il seno è un oggetto cattivo.
Il DSM IV sul disturbo psicotico breve (298.89) recita:
Presenza di uno o più sintomi seguenti:
·         Deliri
·         Allucinazioni
·         Eloquio disorganizzato
·         Comportamento grossolanamente disorganizzato o catatonico.
Nota. Non includere un sintomo che rappresenti una modalità di risposta culturalmente sancita.
La durata di un episodio del disturbo è di almeno un giorno, ma meno di un mese, con successivo pieno ritorno al livello di funzionamento premorboso.
(…)
 
         Sostanzialmente, l’elemento psicotico viene definito con la presenza di deliri. Nei casi di caratteristiche psicotiche della personalità, c’è comunque un mondo entro cui la persona si rifugia, che corrisponde al proprio vissuto che, pur essendo negativo doloroso, è quello a cui è più attaccato perché è lì che si aspetta di ritrovare la madre.
         Lo scatolone, la stoffa bianca, in genere, sono gli oggetti entro o sotto cui rifugiarsi, indifferenziarsi, non esserci. Inizialmente, il mio intervento è molto discreto, anche se continuo e costante: mi metto vicina, faccio sentire la mia presenza con un tocco leggero. Prima di questo, l’approccio in sala è stato altrettanto discreto: sguardo e sorriso a distanza. Anche se sono impegnata in altre relazioni, non mi dimentico di lei, la osservo e le faccio sentire il mio interessamento, la mia attenzione. Senza farle paura: io devo essere consapevole che lei ha paura di me.
         Lentamente, nel procedere dell’analisi, l’intervento è più deciso. Posso contenere lo scatolone, lei avvolta nel drappo bianco, farle sentire il mio corpo a contatto con il suo, o durante una crisi, se si verificherà o quando si verificherà. Ha bisogno di sentirsi presente al proprio corpo attraverso il mio: sono momenti delicati, perché la mia presenza dev’essere sentita, ma non troppo pressante, non divorante o inglobante, ma presente. Può essere il contenimento con braccia chiuse e, al leggero segnale d’insofferenza che può essere anche minimo, delicato come uno spostamento, la postura che si modifica, allento la stretta delle braccia, della cuccia. La psicotica non ha un corpo, non vuole averlo, perché i bisogni primari, non sono stati soddisfatti, ma frustrati dall’assenza, dalla mancanza. A tratti, posso farle sentire la mia presenza, il contatto forte con le spalle, la mano sulla schiena, il mio respiro sulla sua schiena, anche in situazioni in cui è impegnata in altre relazioni o sta per conto suo ad osservarmi. Mi osserva molto, infatti, mi studia soprattutto, quando sono in relazione fusionale con qualcuno.
         L’approccio più deciso, da parte mia, può avvenire, quando lei ha raggiunto un buon livello di fiducia nei miei confronti: è sicura che non la distruggo.
 
 
 
 
 
 
 
 
Punti da approfondire e completare:
·         con l’uomo con caratteristiche psicotiche: c’è la sessualità di mezzo, quindi attenzione a fargli sentire il suo posto, che lui ha un posto, che il padre esiste
·         la situazione triangolare
·         la problematica triangolare
·         madre buona e cattiva
·         altri casi definibili dai DSM, es. Disturbi dell’alimentazione, d.a.p., attacchi d’ansia (…)
 
 
 
 
 
 
 
 
Bibliografia:
 F. Capra Il Tao della fisica
N. Mangiameli Sigmasophy theory of everything
Wilber, K. Sex, Ecology, Spirituality : The Spirit of Evolution. Shambhala, 1995.
Wilber, K. A Theory of Everything : An Integral Vision for Business, Politics, Science, and Spirituality. Shambhala, 2000.
Mitchell, Edgar D. Psychic Exploration, a challenge for science. Edited by John White. Putnam's, 1974
 
 

 

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