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Sezione: Psicologia Io-ontos-sophos-logia » Articoli
Data: 11/11/2014
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Autore: Dott.ssa Piera Iade
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a cura della dott.ssa Piera IADE
 
“…the ocean refuses no river…” (Chandra’s song)
…l’oceano non rifiuta nessun fiume…
 
Qualunque espressione dell’essere umano, usuale o eccezionale che sia, si situa all’interno del flusso vitale, energetico, autopoietico, acquisito.
La corrente del fiume, la cascata che scende impetuosa, il movimento delle onde dell’oceano sono immagini che spesso sono state usate per significare la vita che scorre, e la caratteristica è il movimento, che non si interrompe mai.
Effettivamente, coincide.
In qualunque momento della giornata, che ne siamo consapevoli o no, che ce ne accorgiamo o no, qualunque cellula del nostro corpo o di altri esseri, animale o pianta, si muove, si riproduce, cambia, si modifica e, mentre lo fa, è pienamente immersa in quell’azione, non si disperde nel fare altro o nel sospendere ciò che sta facendo oppure ancora nel pensare se sta facendo giusto o sbagliato
L’albero, impegnato a produrre il fogliame, lo realizza, perché possiamo constatare che ogni anno, ad ogni ciclo primaverile, si riempie di foglie: così per il fiore, l’erba, il prato, le rocce, qualunque elemento esistente sul Pianeta e nell’Universo.
 
E tutto ciò si mantiene, anche quando il corpo, l’involucro esterno di ogni essere entra nell’immobilità, durante il sonno o nella morte, proprio perché, se i sensi ordinari percepiscono l’immobilità, questa non è totale: i pensieri, le emozioni, il sangue, l’aria respirata, ogni organo continua a produrre movimento, persino il corpo morto che si ricicla e produce altra vita.
Il pensiero, il dubbio, la scelta sono aboliti, e tanto più la…noia: c’è la realizzazione in atto, continuamente, la creazione, l’autopoiesi.
 
L’essere umano si è un po’ bloccato nella propria capacità e possibilità di creazione, perché, a volte, ha preferito privilegiare il pensiero (pur tuttavia, grande ed enorme risorsa vitale) per costruirne una rete che, spesso, ha utilizzato, anche inconsapevolmente, per impedirsene la realizzazione. Si può dire che si sia separato da se stesso, dalla propria natura profonda, da ciò che autenticamente é.
Utilizzo il termine autenticamente, da autentico, non tanto per estrapolarne una valenza moralmente giusta e buona, come comunemente viene inteso, quanto per la sua etimologia. Autentico proviene da autos, egli stesso ed entos, entro, in: dicesi di ciò che ha autore certo e che perciò fa autorità. Ed ancora, dal dizionario Tommaseo-Bellini: Autentica é cosa che veramente e direttamente procede da chi la fece o la disse, ond’ella ha o fa autorità.
 Spesso, l’essere umano si trova a vivere situazioni di cui non è autore certo, su cui non esercita la propria autorità e tende a perdersi nella patologia del giudizio altrui o di quello integrato in sé, ma comunque non generato da sé, da cui discendono tutte le altre cosiddette patologie, malesseri, discrasie.
Il bambino occidentale, bianco viene spesso concepito all’interno di un’atmosfera di giudizio. Molte persone si fanno il problema di concepire figli entro una determinata età, che diventa la motivazione principale: Siamo ancora senza figli, dopo tutti questi anni che siamo sposati e i parenti, le persone ci chiedono il perché..quindi dobbiamo pensarci….
Ci proviamo, ma non vengono…..da una parte, bene, perché io mica li voglio…, mi diceva un mio paziente.
In questo caso, la preoccupazione riguarda l’immagine, da presentare al mondo, di potenza sessuale, di essere in grado di concepire, di essere fertili e, quindi, efficienti, degni di stima e di apprezzamento. È ancora forte il peso dell’immagine collegata alla coppia senza figli: il sospetto che il marito sia omosessuale o che ci sia qualche patologia in lui o in lei fa ancora parte dell’inconscio collettivo e anche chi si ritiene e si percepisce aperto, all’avanguardia, riesce a provare qualche disagio in proposito.
Poi, una volta che il figlio è concepito e si sta formando nell’utero della sua mamma, inizia ad essere analizzato, esaminato. Si scatenano ansie e timori che non sia nella norma, che presenti delle anomalie e, quando capita che qualche analisi risulti positiva, spesso si procede all’aborto, definito terapeutico. Fino a questo punto, si sono formate due dimensioni parallele: quella che procede nel movimento della creazione, che va avanti, continua a formare il nuovo essere umano e quella che si ferma nel timore prodotto, nella paura che il bambino non vada bene, non corrisponda ad un giudizio di efficienza, di bravura, di intelligenza, di bellezza, in sintonia con l’epoca e la cultura in corso.
 
Quando, e se, il bambino riesce a nascere nella condizione che viene giudicata normale , inizia ad essere allevato ed educato, secondo delle indicazioni convenute che vengono giudicate giuste.
La relazione simbiotica fusionale che vive nei primi mesi di vita è il nutrimento necessario alla prima fase della crescita. Il bimbo vive la dipendenza dall’adulto e, in particolare, dalla madre con cui ha vissuto una relazione esclusiva per i precedenti nove mesi.
Ma, spesso, il modello educativo non corrisponde alle esigenze della natura-bambino.
La percezione temporale e la conseguente cronologia del soddisfacimento dei bisogni si riferisce alla temporalità adulta, per cui viene deciso dagli specialisti che il bambino deve mangiare a quelle ore stabilite e dormire in quelle altre (negli ultimi anni, da alcune parti, si tende ad essere più attenti all’ascolto del piccolo e a ciò che la madre sente sia necessario per il proprio figlio).
Il bambino è bravo, se dorme e mangia, è terribile se non dorme e non mangia in quei tempi e in quei modi. Il contesto sociale circostante è organizzato in modo tale da corrispondere a esigenze lavorative del mondo adulto. Il bambino neonato è concentrato sui propri bisogni primari che deve soddisfare, per vivere e che sono a-temporali e a-spaziali, al di fuori dello spazio e del tempo. Sono legati al presente, vissuto come tale, senza procrastinazione, tanto che il ritardo nella soddisfazione del bisogno, soprattutto se reiterato, può causare seri problemi nello sviluppo e nella strutturazione della personalità.
 
Il bambino produce cultura, la propria, scaturente dagli emisferi cerebrali uniti e da tutto il sistema nervoso e coscienziale collegato. Esprime caratteristiche non soltanto logico-razionali comunemente intese, condivise ed accettate come sensate, che possono presentarsi sotto forma di simboli, di immagini pertinenti ad una percezione olistica che considera anche la dimensione sovrasensibile. Raccontare l’incontro con lo gnomo del bosco con cui ha mangiato le fragole o colorare l’albero disegnato di viola è per il bambino comunicare esperienze realmente vissute, persone incontrate e conosciute, colori visti e guardati.
La cultura/bambino non può esistere se non come gioco, identificato con la perdita di quel tempo, ritenuto degno di essere speso, soltanto nell’obbiettivo del rendimento lavorativo. Quindi, la creatività, la creazione, la eventuale azione autopoietica implicita nel proprio gioco, viene surclassata dalla necessità di indirizzarla verso l’impronta della cultura vigente. È, infatti, interessante osservare come moltissimi adulti si siano completamente dimenticati della propria infanzia, non abbiano nessun ricordo o pochissimi, ritenuti poco significativi, il che ci sta a significare come sia stata poco valorizzata da intensità e da riconoscimenti o piuttosto stigmatizzata da ricordi dolorosi e spiacevoli, a volte da rimuovere completamente.
Le frasi, riferite al bambino, spesso sono Non fa altro che giocare; Vuole soltanto giocare ed evidenziano una completa inconsapevolezza del profondo e serio significato del gioco, soprattutto quando libero e non codificato.
Lo strumento maggiore dell’espressione del sé, conscio e inconscio, dell’individuo viene sminuito e ridimensionato o viene relegato a manifestazione di serie B. Il collegamento autopoietico non viene riconosciuto, bensì temuto e, quindi, allontanato, esorcizzato con la definizione di inutile, che non serve, non è produttivo, non riconosciuto nelle strutture collaudate.
Nella scuola istituzionale, riconosciuta dalla maggioranza della comunità esistente e abitante una stessa Nazione, l’autopoietico è bandito, considerato deviante e le proposte educative, che ne tengono conto, sono definite sperimentazioni, durano un tempo limitato e scompaiono. Quindi, il piccolo viene incanalato e assemblato in un codice ben preciso, giudicato efficiente, utile ed accettabile, perché condiviso e perché rappresenta, inoltre, un tramite importante al sentimento di appartenenza al gruppo sociale: è il motivo principale, per cui non risulta essere proficuo e utile, negare e colpevolizzare il riferimento culturale, anche se si pensa di non condividerlo.
 
Il movimento del corpo, l’attivazione della fantasia, la produzione dell’immaginazione preoccupano l’establishment, il sistema stabilito, e gli educatori stessi, incaricati di condurre i piccoli verso la crescita, si ingegnano a far sì che l’allievo risponda il più possibile a caratteristiche opposte, imparando a reprimere e a controllare le spinte istintivo-emozionali-energetiche, cioè la sfera sensibile e quella ultrasensibile.
 
Non si tratta di eliminare, ma di accogliere una realtà complessiva, l’evidente esistenza olos-attiva, permettendone l’espressione attraverso le varie modalità possibili: il movimento l’immobilità, la creazione artistica, la meditazione, la visualizzazione, l’esercizio delle facoltà immaginifiche ed immaginative, la vista esterna ed interna (…). Significa permetterne il movimento, il flusso in qualunque momento della giornata, della vita o dello stato psichico che l’Io sta vivendo, evitandone il giudizio, la valutazione morale, non autenticata da se stesso. La consapevolezza di sé e della propria dimensione autopoietica rappresenta lo strumento necessario a condursi verso il proprio obbiettivo riconosciuto.
 
La Cultura, che ha funzionato per le innovazioni, le scoperte che, a loro volta, hanno facilitato la vita di tutti i giorni, ha allontanato l’Io dalla Caverna del sé. Il pensiero e la dimensione mentale sono diventati il fulcro di riferimento, il metro di giudizio a cui viene attribuito il potere di negazione o di accettazione dell’azione prodotta dall’individuo o del comportamento da lui/lei scelto, che viene ritenuto valido o fasullo, con senso o senza senso, in riferimento ad una scala di valori statisticamente ritenuti normali, maggiormente condivisi e che hanno assunto ed integrato in sé una necessità di appartenenza e, quindi, di esistenza.
Quindi, oltre alla Cultura, c’è la cultura-bambino e la cultura di ognuno, la propria antropologia ed abilità, il proprio acquisito e il proprio modo di attingere e di vivere l’autopoietico, ossia la propria capacità di creare, di produrre creazione.
 
In un tentativo di apertura intellettuale, la Cultura ufficiale ha intuito qualche cosa attinente a tale realtà, coniando il lemma diversamente abile, per sostituire il termine handicap, non accorgendosi, forse, che quella locuzione implica un sovvertimento di atteggiamento e di attitudine relazionale tra individui, di qualunque tipo e identità. Significa confermare l’esistenza della possibilità di essere in modo differente, di essere abili a percorrere la strada e a raggiungere la meta nel modo di spostarsi, di camminare, di muovere il corpo seguendo il proprio metodo più congruo e pertinente a sé, in quella determinata fase della propria giornata o della propria vita.
 
Tuttavia, il diversamente abile ovvero l’essere umano possiede un corpo tangibile, con delle funzioni che, pur avendo anch’esse caratteristiche peculiari (il ritmo, la velocità, il numero dei battiti, il colore…) sono le stesse per tutti, sono comuni a tutti gli altri diversamente abili: il sangue che scorre nelle vene e nelle arterie, i polmoni che respirano, il cuore che batte, i denti che masticano e tutto il rimanente facente parte della fisiologia corporea, oltre all’espressione delle emozioni, degli stati d’animo e al campo energetico.
Tutto ciò comporta, necessariamente, l’allargamento del range di ascolto, dell’entrata nel tono dell’altro, prendendo coscienza della realtà relazionale esistente, per così dire, a monte dell’ascolto stesso.
Significa essersi impastati così tanto con il giudizio proprio e con quello degli altri, da permettersi di osservarlo e di lasciarlo scorrere, senza negarlo, per entrare in contatto con la motivazione profonda di quel comportamento specifico (come generalmente, si fa per una diagnosi), anche se non compreso, capito dalla nostra logica acquisita che, ugualmente si osserva e di cui si prende coscienza.
 
Di fronte all’altro, il giudizio è la prima componente che scatta: a scopo difensivo, offensivo, trasgressivo che sia, chiunque ci si trovi davanti (figlio, genitore, paziente o cliente) se ne dà una valutazione. È una valutazione che ha un sapore, un odore: ovvero un collegamento con la propria esperienza personale e, a seconda del vissuto, scatta il contenuto emozionale, da cui, molto probabilmente, discenderanno i comportamenti successivi, nei confronti dello stesso soggetto.
È l’inizio dell’identificazione, a cui è difficile rinunciare. Risulta, infatti, complicato mollare la propria affermazione di potere, che ci si è costruiti, con l’elaborazione di variabili e di informazioni che hanno condotto a formarsi quel parere, perché, a volte, attraverso quell’operazione si è raggiunta una certa sicurezza. Eliminare quel giudizio, perché è sbagliato dare giudizi non è possibile, né auspicabile, perché ci si allarga alla motivazione morale.
Invece, si tratta di aggiungere un altro profumo a quello esistente.
E da lì, da esperienza penetrata (continuamente, ogni giorno) ad esperienza penetrata, si scopre, si entra nell’esperienza della fonte, da cui si origina l’esperienza. La sensazione test si vive anche nel sensibile: si vive la sensazione di aver fatto la cosa giusta (il termine è in prestito…)! Il corpo è maggiormente in equilibrio, la relazione maggiormente autentica.
 
I sensi ordinari, quando pienamente utilizzati e vissuti (elemento assolutamente non ovvio e scontato) sono un tramite proficuo all’esperire il piano extra-ordinario, l’autopoietico. E tra i sensi cosiddetti ordinari, includo i contenuti emozionali, le emozioni, ciò che si sente dentro: la gioia o il dolore, la disperazione, l’ansia, l’angoscia, il piacere, la tranquillità o l’agitazione. Spesso anche questi spaventano, sentire, ascoltarsi può fare paura e la motivazione profonda di tutto questo generalmente è sempre associata alla difficoltà di modificare un paradigma collaudato e di mettere in crisi il senso di appartenenza.
Affrontare e sentire significa entrare nel flusso vitale, come cioè si sta esprimendo in quel momento, accoglierlo, per conoscerlo, fino all’origine.
 
Ma, tutto questo non può comportare un’operazione soltanto intellettuale, anche se il lavoro mentale, sicuramente, può preparare ed aprire il percorso al vissuto tangibile, esattamente come l’esperienza diretta non può prescindere dal riconoscimento da parte del pensiero che, a sua volta, non sarà più separato, scollegato dal gesto, dall’azione.

 

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