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Il Ritardo

Sezione: Psicologia Io-ontos-sophos-logia » Articoli
Data: 11/11/2014
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Autore: Dott.ssa Piera Iade
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Mi riferisco al ritardo come viene comunemente inteso, ossia quello possibile all’interno della convenzione spazio-tempo, nell’accezione del sensibile.
Perché siamo in ritardo?
Arriviamo in ritardo agli appuntamenti, facciamo le cose in ritardo, ci dispiace, non vogliamo farlo, ma puntualmente ritardiamo.
Qualcuno di noi lo è sempre e, in nome del sono fatto così, ne è quasi orgoglioso.
Si dice che succede quando non si è sufficientemente motivati, abbastanza attenti, poco centrati, forse non si vuole fare davvero una certa cosa; si dice anche che si hanno molti impegni, molte cose da fare, e poco tempo a disposizione e che il tempo è tiranno e che se uno ne avesse di più, non avrebbe bisogno di essere fuori tempo. E poi, puntualmente succede che quando si è raggiunta la situazione desiderata, di nuovo non arriviamo in tempo.
Ma quali sono i motivi veri?
Qualcuno è perennemente in ritardo al lavoro, soprattutto se si tratta di lavoro dipendente: non rispettare l’orario, a volte, può far parte della trasgressione necessaria ad alimentare l’illusione di libertà e di autonomia che la persona si concede, reclama, dimostra agli altri , soprattutto a se stesso. Arrivo quando mi pare, e ti faccio vedere che sono davvero libero dai vincoli padronali!
Alcuni sono in ritardo agli appuntamenti con l’altro, chiunque sia.
Ci può essere l’affermazione di sé che passa attraverso quella modalità: attrarre l’attenzione dell’altro su di sé, perpetuando un atteggiamento che sicuramente si fa notare, impone la propria volontà, il proprio potere che diversamente non riesce ad affermarsi, la propria aggressività o la rabbia, perchè non si osa esprimere in modo diretto la propria divergenza dalla posizione altrui, il sé dall’altro sé. Tu sei qui ad aspettare me, proprio a me stai dedicando del tuo tempo e sono io che decido quando la tua attesa deve finire! Si accetta quasi come normale che un personaggio ritenuto importante si faccia aspettare, almeno il quarto d’ora cosiddetto accademico!
Oppure si arriva in ritardo a scuola, all’università, al luogo dove si sta imparando: anche in questo caso, si può voler dimostrare che non si ha assolutamente bisogno di quelle nozioni, di quei contenuti, di quel contesto, perché io so già ciò che devo sapere.
Il contatto con la parte di sé che ha bisogno è sempre un passo estremamente complesso in un percorso psicoterapeutico o in qualunque altro cammino, verso la consapevolezza di se stessi. Ed è uno degli elementi che provocano il vero ritardo, quello verso il proprio vero sé, spesso nascosto dietro a roccaforti, muri, fortezze di sicurezze sovra-compensatorie, quelle per cui io basto a me stesso o a me stessa e non ho bisogno di nessuno.
Si arriva in ritardo alle sedute di psicoterapia, a seconda del periodo che si sta attraversando, o come espressione di difesa dall’indagine di sé che, tuttavia, si è scelti di fare, o in opposizione al terapeuta, un po’ come quando si vive l’opposizione conflittuale alle figure genitoriali.
A volte, si è in ritardo rispetto a se stessi, a qualche cosa d’importante nella propria vita: pur volendo realizzare profondamente qualche cosa, arrivati al punto fatidico in cui il proposito può realizzarsi, vengono in mente innumerevoli altri impegni che ci deviano da ciò che stiamo proponendoci di realizzare.
Dal punto di vista dell’analisi psicologica, i motivi possono essere molteplici ed ognuno è sicuramente inerente la particolarità di ciascuno.
Ovviamente, non esiste una spiegazione codificata, valida per tutti. Sempre, quando si tratta di essere vivente, ognuno ha la propria storia personale e culturale, e quindi le motivazioni individuali che spiegano un certo comportamento. Spesso, però, questi sono inconsci, non hanno cioè raggiunto il piano della consapevolezza, ed utilizzano l’atto diretto, apparentemente non controllabile, per esprimersi. Ossia, difficilmente uno che è in ritardo, lo spiegherà dicendo che è per motivi legati al bisogno di trasgressione, o alla difficoltà di assumersi le proprie responsabilità, piuttosto che per affermare il proprio potere o che altro. Anzi, preferibilmente, chiunque risponderà che non può farne a meno, che personalmente darebbe qualunque cosa pur di diventare puntuale, ma non ce la fa proprio!
Ed ecco, quindi, l’esercizio di potere personale, di aggressione verso l’altro, di protesta, di richiamo dell’attenzione altrui.
Oppure, ci difendiamo dalla realizzazione della nostra opera nel mondo? Di noi stessi? Dal cambiamento? Evitiamo di crescere, di prendere per mano la nostra vita, per evitare di assumercene la responsabilità…?
Secondo la mia esperienza diretta, personale e professionale, profondamente, c’è il timore di crescere e quindi di avvicinarsi alla consapevolezza del punto-morte. E mi riferisco all’incontro sostanziale con l’essenza di noi stessi, sfoltita di tutti gli altri piani (tutti i tipi di ritardo), che rappresentano elementi altrettanto reali, da incontrare e da respirare.
Forse, pensando di spostarla in avanti, nel tempo, e nello spazio lontana da noi, la morte diventa un evento che non ci riguarda, che non abbiamo tempo di affrontare proprio perché abbiamo ancora tanto da fare!
Quando si riesce a decidere, a prendere coscienza di aver paura della Paura di MORIRE, si vede anche il proprio ritardo con un’attitudine diversa.
 
Forse.

 

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