SIGMASOPHY INSTITUTE


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Settore: Psicologia Io-ontos-sophos-logia

Spunti da storie di petali: l'handicap come realtÓ differente dell'esistente


di Dott.ssa Piera Iade

di dott.ssa Piera IADE Sono stata sempre attratta dall’handicap. Un po’ per opposizione, forse, essendomi sempre battuta per il più debole, lo svantaggiato, il reietto della Terra e l’handicap rappresentava la summa di tutto questo. Ma, ancora di più, credo che l’handicap smuova (attrae o respinge), perché in qualche modo entra in collegamento con le parti più primarie di noi.   Uno può sentirsi buono, bravo; si conferma l’abilità di fronte all’inabilità; l’adempienza, di fronte all’inadempienza; il benessere sottolineato di fronte al dolore; il potere buono di fronte all’impotenza.   Ognuno ha bisogno di sentirsi accettato, confermato e sottolineato, per vivere, oltre che per esistere. Comunque, è quello che chiede. Chiunque. Pare che, poi, per tutta la vita, si cerchino conferme agli altri, a se stessi: conferme al fatto che siamo bravi.   Fare la madre, l’insegnante o il terapeuta, il Maestro di vita o il guru aiuta di più ad affermarsi e dà più soddisfazione. Perché si vedono i risultati dovuti al proprio intervento, alla propria creatività. Prima un bimbo non c’è, poi c’è, sgambetta, urla, piange, ride; un altro non scrive, poi legge ed esprime la propria forma; ha l’angoscia, poi non ce l’ha più. A volte, il meccanismo per cui è stato raggiunto un certo risultato è del tutto diverso e imprevedibile da quello previsto (l’insegnamento, l’indicazione, la terapia), ma il narcisismo è accarezzato e ciò è sufficiente. Che cosa di più gratificante di uno o più esseri che invece abbiano chiaramente bisogno e bisogni?   A volte, ci si difende dai miglioramenti o dalle guarigioni dell’handicap, perché ciò significherebbe per la società sentirsi meno importante, meno potente. Quindi, c’è la tendenza a negare i progressi possibili e realizzati, a non riconoscerli. E questo vale soprattutto per l’ostruzionismo che si ha da parte di persone (famigliari o all’interno di istituzioni come scuola o sanità), nei confronti di possibili punti di vista diversi, opposti a quelli comunemente praticati, che potrebbero permettere relazioni più autentiche, più vere, più reali con gli svantaggiati.   Handicap, nella lingua inglese corrisponde alla parola italiana impedimento, ed è curioso che sia stata scelta per indicare un impedimento tecnico a fare, agire qualche cosa che si ritiene tutti gli altri, la maggioranza, cioè quelli che determinano la normalità fanno. Lì c’è il livello fisico e quello mentale. Sul piano fisico, è vero, forse è più facile e immediato stabilire la normalità: qualcuno che non riesce a muovere le gambe, le braccia, le mani incontra chiaramente degli impedimenti a correre, a camminare, a prendere un oggetto, delle difficoltà che egli stesso, in prima persona, si accorge piano piano di avere, sperimentandolo. E’ più facile, ma anche in questo ambito non sarebbe così scontato non intravedere altri tagli, altre ottiche utili alla conquista della propria autonomia.   Si può notare che la fantasia normale si sbizzarrisce di più, quando l’handicap viene ascritto al mentale, allo psichico, al generico aspetto cerebrale. In quel caso, entrano in gioco filosofie, morali, linee di comportamento, convinzioni ontologiche individuali o di interi gruppi sociali, per cui risulta ancora più difficile soltanto immaginare possibilità diverse dalla patologizzazione dello strano, del diverso dal solito, dall’usuale, dallo scontato. E’ sufficiente osservare le dinamiche che si creano all’interno di alcuni nuclei famigliari: il membro che manifesta il proprio desiderio che si discosta dall’azione quotidiana condivisa dal resto della famiglia fa immediatamente nascere fantasmi ansiogeni di malessere o di malattia. Se è usanza che si mangi due volte al giorno, a quelle determinate ore, chi propone di farlo a orari diversi o a ritmi diversi, suscita preoccupazione, se ascoltato; spesso si fa addirittura finta di niente. Lo si lascia dire, ma intanto si continua a preparargli il cibo e il posto a tavola, nella consuetudine di sempre. Se il tentativo si ripropone, si ricorre al consulto medico che spieghi, con motivazioni raggiungibili da quelle coscienze: se non mangia, è malato, non sta bene. Come chi non ama intrattenersi in molteplici relazioni sociali e sta bene in solitudine, esprime sicuramente un disagio, un atteggiamento sbagliato, da correggere, da superare. Gli esempi sono sicuramente infiniti e se ne sono occupati davvero in molti. Psicologi e psicanalisti hanno costruito intere teorie sulla spiegazione di tali eventi; si sono analizzati i sistemi e i loro meccanismi di difesa, i comportamenti e i relativi automatismi da interrompere o modificare con l’introduzione di altri automatismi, altre induzioni; le relazioni e le dinamiche insite nelle diverse tipologie relazionali da capire, da comprendere, analizzare e, se necessario, da manipolare per renderle e mostrarle più rassicuranti. In tutti,c’é comunque la preoccupazione di riportare il tutto su un piano di normalità, a seconda di come ognuno poi la intenda e la definisca. Ma, é comunque sempre UNA SOLA; si parla di normalità e di diversità, non di tante normalità (persino il vocabolo, in italiano, ha soltanto il singolare!).   Quindi, entrano in gioco gli altri concetti, collegati alla normalità, la costanza, la coerenza, la continuità dell’azione e del comportamento. Sono tutti elementi che danno sicurezza e che esorcizzano, forse, anche l’avvicinamento alla morte.   Lasciar fluire il movimento, il cambiamento significa riconoscere il flusso vitale, non negare la vita che va avanti, si cambia, si modifica, diventa anche morte.   La sicurezza é un elemento importante della vita e per la vita. I primi uomini esistenti sulla terra cercavano di ripararsi dalla pioggia e dalle altre intemperie, rifugiandosi nelle caverne o nelle grotte naturali, impararono anche a costruire le capanne in alto, sugli alberi, perché fossero irraggiungibili dalle bestie feroci. Ma, le caverne, le grotte, le capanne possono essere anche molto diverse le une dalle altre. Quando lo sono troppo, si sente la necessità di dare comunque una definizione: forme artistiche, pazzoidi, stranezze.   Trasferire, poi, il concetto al comportamento, per qualcuno non é assolutamente possibile. Secondo molte teorie, é anzi auspicabile, ma é molto difficile che divenga comunemente e tranquillamente appreso e vissuto nella vita normale. Uno che cambia atteggiamento o é lunatico o schizofrenico o caratteriale (...).   Si richiede un comportamento secondo binari preordinati, soprattutto già conosciuti, usuali, sperimentati. La proposta diversa, anche se risolutiva, spaventa.   Le malformazioni, malattie genetiche. Tutti possediamo un DNA, con le sue indicazioni genetiche, con la sua lingua, i suoi significanti, i suoi significati, le sue combinazioni linguistiche. Da quel punto di vista, da quell’ottica, definire l’handicap potrebbe essere inteso come se si decidesse che l’Italiano é normale e l’Inglese é patologico! A livello del DNA, si tratta soltanto di combinazioni differenti, a comportamenti diversi, a espressioni tra loro variegate. Per quanto riguarda l’esterno, ossia l’espressione esteriore, visibile, delle varie combinazioni, può risultare molto diversa da quella di tutti gli altri. La parte cancellata del gene, interno al cromosoma degli individui affetti dalla sindrome di Angelmann, tra l’altro, compromette la funzione del linguaggio verbale che la maggior parte degli esseri umani, invece, utilizza. Non poter parlare é’ oggettivamente un impedimento, ma i bimbi Angelmann utilizzano particolari strategie di comunicazione tali che gli adulti che più li frequentano riescono a capirli e a comprendere le loro richieste. Spesso, questo tipo di considerazione viene interpretata come negazione del problema, incapacità ad affrontare la patologia e quindi sua conseguente rimozione. E’ difficile da comprendere e da accettare, perché implica in qualche modo un contatto con il proprio DNA, con tutto ciò che questo significa. E’ tenere presente che esiste una dimensione in cui i fatti semplicemente succedono e sono, comunque, vita. Quando avviene la comunicazione genetica, il DNA non si chiede se é normale o HC. Semplicemente, avviene. Alla superficie, avviene il giudizio. Tale tipo di ottica, questo tipo di chiave di lettura é estensibile non soltanto alle malattie o alle malformazioni genetiche, ma a tutte le diverse manifestazioni patologiche, dai disturbi mentali alle malattie motorie. E’ una considerazione che non toglie nulla al concetto di gravità che ognuno può riservare o riservarsi, se ciò può servire a sentirsi meglio; ma può anche essere molto utile a rendere il piano dell’intervento più incisivo e quindi, forse, terapeutico. A tale scopo, non é importante definire un determinato disturbo più o meno grave, se l’obbiettivo principale vuole essere l’intervento risolutivo o tranquillizzante di qualche tipo.          Quella volta , l’incontro con la neuropsichiatra che seguiva il piccolo bimbo con la sindrome di Angelmann, a me affidato per un percorso neuro-psicomotorio- relazionale, sembrava dover risolversi nella sua affermazione che le condizioni di Simone erano gravi, davvero molto gravi, trovando limitante e poco seria la mia osservazione sui suoi miglioramenti.          Il mio modello di riferimento non era un bambino di sesso maschile, della stessa età di Simone, parlante e saltellante, fluido nella corsa e dai movimenti sciolti e scattanti. Mi riferisco al suo codice di espressione alle sue competenze, al fatto che, se all’inizio della terapia con me preferiva spostarsi, strisciando al suolo, al punto in cui eravamo allora, si spostava nella sala in stazione eretta, accennando anche a piccoli percorsi di corsa. Per me, quelli erano miglioramenti. A vedere il mondo dal punto di vista degli occhi di Simone, quelli erano vere e proprie modificazioni.            Fu interessante, perché scaturì un atteggiamento interiore di quella dottoressa (per altro, medico, molto valido), che sentiva il bisogno profondo di demarcare chiaramente il territorio della normalità da quello della patologia, operazione assolutamente indispensabile e utile ai fini dell’elaborazione della diagnosi; ma, molto pericoloso per un intervento operativo sul paziente che tenga presente la relazione con la vita. E la vita, sul paino strutturale c’é, indipendentemente dalle malattie. Ed é lì che l’operatore deve agire. Anzi, a volte é l’unica strada praticabile. Si tratta di accettare di entrare in relazione strutturale con l’altro, fatto non sempre facile, perché ci sono molte interferenze che spesso lo impediscono. Mi riferisco al mondo proiettivo, immaginario, emozionale, culturale e intellettuale che é necessario incontrare e conoscere nei minimi particolari, per evitare che dia segnali propri che rischiano di diventare regole, assiomi e ricette. Quando ci si trova di fronte ad handicap importante (spesso é un eufemismo utilizzato dagli operatori sanitari, per definire una patologia grave), i meccanismi che scattano interiormente sono disparati ed oltretutto opposti.          Dato un determinato contesto culturale e morale,é facile che la prima a scattare sia presumibilmente la pietà, la pena, la compassione, a cui segue, facilmente, la sindrome di io ti salverò, sì che io so cosa fare, non come tutti gli altri che non hanno ottenuto nulla. Fase che quando si prolunga dopo l’immediato può trasformarsi in frustrazione, rabbia e disgusto, noia, distacco, disinteresse. Ed é a questo punto che può innescarsi la relazione autentica, non a caso, e nemmeno magicamente. L’handicap, soprattutto quello conseguente a disturbi mentali, si relaziona con se stesso e con il mondo privilegiando la modalità rettilica, ossia senza il filtro del piano corticale. Alcune tipologie patologiche comunicano in modo diretto con l’altro, senza il passaggio dal corticale, senza il filtro della norma, della cultura, dell’educazione, della morale e, quindi, molto facilmente può entrare in collisione, smuovere qualche cosa che, se non riconosciuto, può turbare, spaventare, essere incontrollabile. Per comprendere l’handicap* (e anche il cosiddetto normale), é necessario essere implacabili, innanzi tutto rispetto a se stessi e avere la voglia di guardarsi dentro, senza mezze misure, il che implica molta fatica e, a volte, anche sofferenza. Significa andare oltre la dualità, buono-cattivo, bene-male, giusto-sbagliato e, per farlo, a volte, é necessario entrare totalmente nel buono o totalmente nel cattivo. Per comprendere, intendo dire prendere con, il proprio insieme a quello dell’altro. *nota: Handicap, era un gioco in cui la posta veniva tenuta in un cappello. Gara in cui viene imposto un vantaggio o uno svantaggio a uno dei contendenti, per equilibrare le possibilità di vittoria.       Entrare nell’emozione dell’altro, o almeno percepirla, significa innanzi tutto conoscere la propria. Sembrano soltanto parole e la maggior parte delle volte lo sono, perché sicuramente tutti si trovano d’accordo, anche quelli che non lo mettono in pratica. E quindi non é semplice comunicare ciò che per me abbia significato e significhi nella mia esperienza personale e professionale.   Focalizzare le osservazioni sull’handicap può voler dire non entrare in una relazione morbida, perché la persona impedita si trova nella situazione di vivere una parte di sé maggiormente amplificata rispetto alle altre, quella che in genere viene definita dalla diagnosi. Tale parte entra in relazione senza filtri, causando in genere una risonanza molto forte nell’interlocutore che non ha fatto un percorso formativo su di sé e che , quindi, non ne é consapevole. C’é un’educatrice di un Centro Integrato per Adulti portatori di handicap, T. é un’utente. Osservando il video che riprende una situazione tra loro, C. prende coscienza del motivo per cui T. la faccia così arrabbiare. Nel video, le due stanno rappresentando una scena con burattini costruiti direttamente da loro. C. invita T. a far parlare il suo e T. esegue, usando un tono di voce molto alto e, tra l’altro dice che nessuno le vuole bene. C., con il suo personaggio rappresenta Cenerentola e tende a parlare sopra a T. Dirà, poi: Mi sono accorta di essere uguale a T. Mi dà fastidio la sua voce alta, perché copre la mia e io voglio essere sentita. Poi, io faccio il personaggio della poveretta, a cui nessuno vuole bene, esattamente come fa lei, che mi irrita così tanto! Anch’io voglio essere rassicurata sul fatto che tutti mi vogliano bene! A T. non é necessario recitare la parte del suo burattino; per lei, non c’é una recita e una situazione reale. Ma, anche per C., con la sola differenza che lei pensava di fare delle distinzioni: razionalmente e intellettualmente, stava lavorando, ma ciò che metteva in gioco era se stessa. Profondamente reale, bisognosa di attenzioni e di cure. Come T. Senza un lavoro su di sé, sulla consapevolezza dei propri giochi emotivi, dei cosiddetti meccanismi proiettivi, si scarica sull’altro la responsabilità delle proprie emozioni, come la rabbia, in questo caso. Senza chiedersi perché mi fa arrabbiare così tanto proprio il suo tono di voce, si tende alla spiegazione che la definizione di disturbato psichico assolve: fa così, perché é strana, é malata. Spesso, invece é perché le due personalità entrano in collusione su qualche cosa di perfettamente speculare. Quando qualche aspetto altrui ci tocca particolarmente, in genere o é anche nostro o provoca un aspetto interiore particolarmente fragile. Ma, riconoscerselo, a volte, é molto duro, perché può significare destrutturare il sé che si é fatto sforzo e fatica a costruire: studio, crescita, denaro, approfondimenti, riconoscimenti, richieste frustrate, desideri inappagati, bisogni insoddisfatti. Dopo tutto questo, raggiunta una determinata posizione di sicurezza personale e professionale, si tratta di scegliere: Difendo ciò che ho raggiunto, che mi dà un’identità o seguo il sentiero di ricercare che cosa in me si smuove, s’incrina, si disturba quando questo qua o questa qua, davanti a me, parla forte, sputa, sorride o sbadiglia? Il medico perde il significato di sé e del proprio lavoro, se pensa solo che il disturbo dell’altro possa essere migliorato, magari senza i farmaci che lui conosce così bene, rivelando aspetti e possibilità di autoguarigione o di auto-assestamento. Viene rassicurato dalla diagnosi. E’ grave, e per qualche medico può rappresentare una sicurezza, per la sua funzione che continua ad avere un senso. Come per lo psicologo o lo psicomotricista, o tutti i possibili specialisti che si occupano della salute dell’essere umano.Sarebbe come dire che se non ci sono più i malati, che ci faccio io?che senso ha la mia esistenza? Considerando l’individuo come essere intero, risulta estremamente importante lavorare sul rafforzamento della personalità, sull’utilizzo cioè dell’energia vitale che la persona ha, al di là della realtà invalidante.